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OrioloRossano

ROSSANO E ORIOLO

 

ROSSANO

Sorta sulle rocce e dotata di una fortezza dai Romani, Rossano poté respingere i re barbari Alarico (412) e Totila (548) ed uscire indenne dalle scorrerie saracene. Anche se diversi segni consentono di congetturare un suo precedente ruolo economico, solo agli inizi del II secolo a.C., con i Romani, entrò da protagonista nella storia. Ebbe infatti un suo porto-arsenale, la cui esistenza è attestata da Procopio ed Eliano, che fu poi fortificato da Adriano (76-138 d.C.) e reso così vasto da accogliere trecento navi.

Con i Bizantini (953circa-1059), che ne determinarono lo sviluppo, fu caposaldo militare e amministrativo. I Normanni (1059-1196) le assicurarono un notevole progresso e gli Svevi (1196-1266) e gli Angioini (1266-1442) le concessero privilegi. Fu resa feudo negli ultimi anni del governo angioino, quando Giovanna II, duchessa di Calabria, l'accordò come principato a Polissena Ruffo (1417). Passò così nelle mani di diversi feudatari, fino a quando con i principi Borghese (1637) vi fu la devoluzione della feudalità (1806). Dagli Angioini in poi, esclusa la parentesi aragonese (1442-1504), le condizioni della città si deteriorarono progressivamente, tra ribellioni frequenti e repressioni feroci. Le accademie dei Naviganti e degli Spensierati, sorte nel secolo XVI e unificatesi col nome della seconda, ne continuarono però il ruolo culturale. Imponenti opere ne consolidarono inoltre la difesa: la Torre di S. Angelo, eretta a guardia delle coste alla fine del XV secolo (oggi centro estivo di cultura), un maschio trincerato sul luogo oggi chiamato Ciglio della Torre ed una fortificazione sulle rovine del "castellum" romano (1442-64).

Il XIX secolo fu inoltre funestato dal terremoto rovinoso del 1836, dall' epidemia di colera del 1867, dal fenomeno migratorio e dal brigantaggio.

Attualmente il turista vi ricerca i segni di Bisanzio, le grotte eremitiche, la chiesa di San Marco e la chiesa della Panaghìa risalenti al IX-X secolo (quasi certamente oratori degli anacoreti della zona, segni vivi dell'architettura sacra calabrese per la bellezza delle absidi e dell'ornato esterno), l'icona Achiropita (cuore della Cattedrale e della città), l'Abbazia del Patire (costruita in epoca normanna) e soprattutto il Codex Purpureus Rossanensis.

 

ORIOLO

Il borgo antico di Oriolo domina la valle del Ferro, solcata dall'omonimo fiume, una volta noto come Acalandro e confine fra la Siritide e la Sibaritide. La Sibaritide si estendeva infatti dal fiume Trionto all'Acalandro e la Siritide dall'Acalandro al fiume Aciris (Agri). Il fiume è citato da Strabone (63 a.C.-20 d.C.) nel racconto della guerra sostenuta dai Tarantini, che assoldarono Alessandro il Molosso, re dell'Epiro e zio di Alessandro Magno. Il borgo si trovava all'incrocio fra il valico montano che da Pandosia attraversava il territorio di Oriolo fino a Sibari e la strada che percorreva la valle dell'Acalandro.

L'attuale città fortificata venne costruita per difendersi dalle invasioni saracene, come quella di Abbas Ibn Fadhl, poi sconfitto da Ludovico II e da Niceforo Foca, o quella di Ibrahim Ibn Ahmed. Nel 1695 Giorgio Toscano narrò che le popolazioni della costa, per non essere sterminate dagli infedeli, si ritrassero "sotto lo scoglio" di Oriolo e si insediarono nella contrada Ravita, costruendo poi abitazioni a più piani "che cinsero con mura merlate".

Nel periodo bizantino il consolidamento dello stato, la nuova organizzazione sociale, la ripresa economica ed il fervore monastico recarono un rinnovamento profondo al paese. Atti notarili risalenti al 1139 parlano di Oriolo, riportandone il nome come "kastron Ourtzoulon"; altri atti lo riportano invece come "kastron Ourzoulon" (1117), "Ortzoulon" (1131), "Orgilon" (1132), "Orghiolon" (1186), "Ordeolum" (1221). Nel settembre del 1117 Mabilia, contessa di Oriolo, donò la chiesa di S. Pietro di Bragalla, con i casali e tutto ciò che possedeva nell'ambito del territorio di Oriolo, al monastero della SS. Trinità di Cava.

Con l'abbandono dei territori da parte di Bisanzio cominciò la loro latinizzazione e subentrarono le monarchie normanne. Intorno all'anno Mille Oriolo era già una "civitas" e sede notarile. Dell'importanza di Oriolo si ha conferma da una bolla di papa Alessandro II, datata 13 Aprile 1068 ed inviata ad Arnaldo, arcivescovo di Acerenza. Da altri documenti si sa che il 24 aprile 1221 Federico II di Svevia donò al convento dei Cistercensi di S. Maria del Sagittario "una grandiosa foresta" nel territorio del paese e che nel 1246 Oriolo era tenuto in subfeudo da Ruggero De Amicis. Quest'ultimo fece parte della letteraria Scuola Siciliana, scambiandosi versi e ballate con Rinaldo d'Aquino e partecipò alla congiura contro Federico II (insieme a Pandolfo di Fasanella, vicario generale in Toscana, ed ai fratelli Morra). Il complotto venne scoperto da Riccardo di Caserta e ai congiurati vennero confiscati i beni; Ruggero morì nel 1248 ed il figlio Corrado venne reintegrato nella baronia di Oriolo grazie al perdono del re.

Nel 1265 Oriolo fu sotto la dominazione di Carlo II d'Angiò, mentre nel 1278 erano signori di Oriolo i Marra, che probabilmente detennero il feudo fino al 1400. Nel 1403 Oriolo era infatti governata dai principi di Salerno e Grandi di Spagna della famiglia Sanseverino, che capeggiarono una congiura. Il feudo venne così incamerato dalla Regia Corte e continuò ad essere demanio regio sotto Giovanna I e re Ladislao. Alla morte di Ladislao (1414) i cittadini di Oriolo si ribellarono, ma la regina Giovanna II concesse l'indulto ed il privilegio di essere esenti dalla giurisdizione dei regi governatori e dal Giustizierato della Provincia di Vallograto e Terra Giordana. I Sanseverino si macchiarono nuovamente del reato di ribellione, ma Carlo V sconfisse Francesco I e ridonò il feudo ai Sanseverino. Dopo l'ennesima congiura, nel 1552, l'imperatore Carlo V processò Ferdinando Sanseverino, ed il feudo di Oriolo venne incamerato dalla Regia Camera. Questa, con decreto del 1 luglio 1553, fece la liquidazione delle rendite dei corpi feudali della Terra di Oriolo e dei suoi casali a Marcello Pignone; l'atto di vendita venne confermato e ratificato da Filippo II il 12 aprile 1558. Con il matrimonio fra Aurelio Leone e Costanza di Sangro del Carretto i Pignone diventarono poi Pignone del Carretto.

Nel 1571 un folto gruppo di Oriolesi partecipò alla battaglia di Lepanto. Si distinse Michele Angelo d'Uva che, insieme ad altri volontari, seguì Don Giovanni d'Austria, figlio di Carlo V. Nel 1647, durante la nota rivoluzione di Masaniello, i rivoltosi oriolesi saccheggiarono il castello.

Oriolo, a partire dalla formazione della sua struttura urbanistica civile, ha impreziosito nei secoli il suo tessuto urbano con costruzioni per il culto religioso. Alcune di queste erano e sono rimaste dei veri e propri monumenti nazionali, mentre di altre rimangono purtroppo solo i resti. A metà del Quattrocento venne costruito il convento dei Minori claustrali del III Ordine di San Francesco d'Assisi, depositario della reliquia di S. Francesco di Paola che padre Dionigi Colomba portò dalla Francia. Ai margini del centro storico fu costruita la chiesa di Santa Maria delle Virtù, sulla cui facciata campeggiano ancora lo stemma dei Pignone e quello francescano (datati 1651); accanto alla chiesa venne edificato un ospedale, frutto del testamento di Fernando Carmando, morto nel 1640. Nel centro storico vennero costruite cappelle devozionali, come quella di S. Francesco di Paola, inserita nel palazzo Toscani, quella di S. Michele e quella della SS. Annunziata.

Il protettore di Oriolo è S. Giorgio, i cui resti del cranio sono oggi venerati e conservati in un reliquiario di argento settecentesco nella chiesa principale. Nel 1461, alla presenza di molti ufficiali e regi consiglieri venne qui letto l'atto di clemenza di Ferdinando I d'Aragona, figlio di Alfonso il Magnanimo, nei confronti dei Sanseverino. Durante la rimozione del pavimento, nel corso del primo intervento di consolidamento dello stabile da parte della Soprintendenza di Cosenza, venne alla luce il colonnato del primo impianto. La Chiesa di S. Giorgio Martire è oggi a tre navate, ampliata nella seconda metà del 1700, e conserva importanti opere d'arte. Nel 1978 è stato recuperato un monumentale altare ligneo con ciborio madreperlato di stile barocco, proveniente dal convento dei Cappuccini di Oriolo, la campana di S. Maria delle Grazie (1777), un Ecce Homo in terracotta del settecento, la fontana del pellegrino.

Oriolo conserva anche il palazzo settecentesco Giannettasio, in cui è affrescato S. Giorgio che uccide il drago; sul portale in pietra lo stemma della Famiglia riproduce un braccio armato d'argento, che impugna nella mano un dardo di oro con la punta in giù, nell'atto di ferire un drago.

Il castello di Oriolo 

Nella rete delle torri di guardia e dei castelli costruiti lungo la costa e nell'entroterra calabrese dell'Alto Ionio, una delle più significative strutture é certamente il castello-fortezza di Oriolo (CS). Venne abbandonato in periodo barbarico per aver perso la sua funzione di difesa delle vie commerciali e fu ricostruito in periodo bizantino sulla pianta del primitivo impianto per difesa dalle invasioni saracene.

Inizialmente il castello ebbe quattro torri angolari cilindriche ed il mastio (nell'800 fu abbassato di un piano per motivi sismici). Nel 1647 giunse in Oriolo l'eco della rivolta di Masaniello e il castello si trovò al centro della sommossa. Così descrive la rivolta Giorgio Toscano: "Assediato il castello e preso qualche posto sicuro per la Terra, acciocchè il Marchese non potesse uscire, ed assentarsi altrove cominciarono a venire al fatto d'armi, a segno d'archibuggiarsi con que' del Castello. S'adattarono i Popolisti a prendere per loro sicuro posto il Campanile della Chiesa, che gareggiava all'altezza delle finestre del Castello...Ridicola fu la proposta di menare il Castello a terra, con una mina da parte di Belvedere, quando essendo tutto vivo sasso, nè anche l'intiero Esercito di Serse, avrebbe potuto intaccare o cavare minima parte...il Marchese si risolvè a capitolare la sua resa" ed uscì..."dal Castello, purchè a sé, ed a suoi non fosse fatto minimo oltraggio, e per altro sottoporsi ad ogni loro volere...Conchiusa detta capitolazione si vidde una mattina scendere dal Castello detto Marchese, moglie, e figli..e dopo fu condotto nella stabilita stanza;...ma udite stravaganze e mutazioni! Quelle laute mense del Castello, ove assetati in sedie di velluto, erano pratticate e calcate da rozzi Villani Scarponari e Coppoloni, i quali attendevano a crapolare e far brindisi, e il povero Marchese con sua Famiglia sguazzavano di malpetenza sopra tavole mal composte,e seggiole di legno [...] ". Ripristinato l'ordine nel Regno di Napoli, i Pignone tornarono e rimasero a Oriolo, con sede stabile nel castello.

 

 

 

 

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