DIAMANTE E TORTORA
DIAMANTE
Diamante è situata ai piedi del Monte La Caccia (m. 1744), sul quale svetta maestoso il Massiccio della Montea (m. 1785), e si affaccia sul mar Tirreno. I Focesi, abitanti della Lidia, una regione sulle coste dell'Asia Minore, scoprirono per caso l'insenatura durante una tempesta e l'utilizzarono in seguito per attraccare le navi durante i loro primi scambi commerciali con gli Osci, i Lucani e gli Etruschi. Quando fu distrutta la città di Troia, i Focesi l'adottarono come una delle principali stazioni di transito e forse vi sostò anche Enea. Durante la II Guerra Punica (219-201 a.C.) i Cartaginesi, che abitarono a lungo nella Temesiade dei Bruzi, zona tirrenica della Calabria Citeriore, trasformarono il porto commerciale dei Focesi in porto militare.
Al termine delle guerre puniche, Roma collegò le province da governare con una rete viaria e, nel 132 a.C., portò a termine la via Popilia, che univa Capua a Reggio Calabria. I Romani migliorarono anche l'antica Via del Sale, che conduceva dalle cave di Lungro al porto dei Focesi, riservandosi l'uso esclusivo di quest'ultimo come stazione di traffico commerciale. Col trascorrere dei secoli il porto Partenio o dei Focesi venne colmato dai detriti di pietrisco trasportati dal torrente chiamato dai Romani "Fiume del Diamante" e dai suoi affluenti Bottario, Casalino, Celle e Venicelle. Al deposito dei detriti contribuirono pure le erosioni dei monti disboscati ed il riflusso del mare; solo la parte nord della vecchia insenatura, l'attuale Cirella, costituì il nuovo porto dei Focesi. Dall'epoca romana il nome del torrente venne esteso al territorio circostante, dando origine alla "Terra del Diamante", toponimo che passò più tardi all'agglomerato urbano (come riportano le carte topografiche dal 1692 in poi). Nei pressi dell'antico Porto dei Focesi sono stati rinvenuti vasi e monete di epoca romana, nel territorio di Diamante una moneta consolare e nei pressi di Buonvicino monete turine e metapontine.
Dopo l'anno Mille alcuni marinai, provenienti da Amalfi e spinti dalla necessità di procurarsi del buon legname per la flotta, utilizzarono la nuova foce del Fiume del Diamante come punto d'imbarco per i tronchi tagliati sulle montagne di Buonvicino. Questi marinai si stabilirono sulla collina di Malfitano e nei pressi della foce del torrente costruirono un mulino, che denominarono "u Mulìnu du Cùrvu" (a causa dei corvi che vi nidificavano) e ribattezzarono il corso d'acqua "Torrente Corvino". Verso gli inizi del 1500 il principe di Bisignano Don Girolamo Sanseverino, padrone del territorio di Diamante dal 1465, fece costruire un torrione di guardia contro le incursioni saracene e piratesche sopra gli scogli del Trione, sulla "Punta di Diamante". La fortezza aveva quattro torri, come ci informa un registro custodito nella chiesa principale di Diamante: la prima torre era esattamente dietro la chiesa, a strapiombo sul torrente Corvino (crollerà nel 1975), la seconda era di fronte all'isolotto, la terza era sulla Punta (dove oggi sorge il palazzo Ordine, vicino al Calvario) e l'ultima era di fronte al molo del porticciolo. Una di essa era adibita a carcere, poiché vi prestava servizio il "bargello", magistrato e capo delle guardie carcerarie, a cui erano affidate la fortezza e l'amministrazione del territorio. Le quattro torri erano collegate fra di loro da forti mura di cinta merlate e dotate di artiglieria; su di esse erano di vedetta i guardiani, oltre a sentinelle, che avevano il compito di alzare ed abbassare il ponte levatoio. Intorno al torrione, avamposto dei territori di Belvedere e Buonvicino, sorse più tardi un vera e propria fortificazione ad opera del principe di Bisignano Don Tiberio Carafa, padrone dei feudi di Belvedere Marittimo e di Diamante dal 1622. All'interno della fortezza il nobile fece costruire il suo palazzo (chiamato "u Ritìru"), nel quale il nobile risiedeva per brevi periodi di riposo o in estate. Dal palazzo gentilizio si poteva infatti accedere alla spiaggia mediante delle scalinate di forma semicircolare (tuttora esistenti sotto l'attuale Calvario). Da ciò si può dunque dedurre che l'abitazione del principe Carafa fosse l'odierno Palazzo D'Angelo, sito dietro il Calvario.
Il principe Carafa, tenendo conto dell'incremento delle attività commerciali, fece diventare la "Terra del Diamante" la sede definitiva di cinquanta famiglie di Cetraro, formate per la maggior parte da contadini, artigiani e pescatori. Nel 1638 queste costruirono le prime case in creta, molto piccole ma forti, facendo sorgere il primo agglomerato urbano sotto il torrione e vicino le mura. Il nucleo di abitanti venne incrementato nel 1647 da due famiglie ribelli di Amalfi, ricercate dal viceré spagnolo di Napoli Don Rodrigo Ponce de Leòn, duca D'Arcos, per aver fiancheggiato Masaniello nella sua rivolta. L'anno dopo, nel 1648, vi si aggiunsero altre ventiquattro famiglie fuggiasche provenienti da Buonvicino ed incriminate dell'omicidio del loro feudatario Giovan Battista De Paula e dei suoi due fratelli. L'ultimo incremento della popolazione si ebbe nel 1649 con l'arrivo di altre due famiglie provenienti da Maierà. Un noto episodio storico è la deviazione del torrente Corvino fino alla contrada Pietrarossa, a metà fra Diamante e Cirella, voluta da Carafa ed annullata dal re Filippo IV di Spagna, avvisato dalla principessa, che emanò un decreto per l'immediato sequestro della zona. La questione venne risolta solo il 9 luglio 1652, quando il tribunale di Napoli costrinse il feudatario a riportare il torrente nel suo corso originario.
Nell'attuale area del Calvario, dove oggi sorge il Palazzo Siniscalchi, era stata edificata dai Sanseverino una piccola chiesa dedicata a San Nicola di Bari, che fu al centro di uno scandalo ad opera del bargello di Carafa. Il bargello infatti, abusando del suo potere, fu accusato di compirvi "atti di scostumatezza" verso le castellane. Dell'accaduto venne a conoscenza il vescovo Eugenio Vergara, che si recò sul luogo e, accertatosi dei fatti, sconsacrò la chiesa e la fece chiudere. La statua lignea del Santo, gli arredi ed i paramenti sacri furono portati in una cappella dedicata alle "Anime del Purgatorio", situata sul Timpone. Il bargello, che voleva vendicarsi del vescovo, fu poi destituito da Carafa e sostituito dal giovane duca Don Diamante Perrone, nominato amministratore assoluto della giustizia locale e dei tributi. Egli, quindi, ebbe anche il compito di riscuotere l'imposta del "Focatico", che nel XVII secolo ogni famiglia di almeno cinque persone pagava al signore del paese (nel 1669 il paese era tassato per sessantanove fuochi). Sconsacrata la chiesa di San Nicola, Diamante non aveva un altro luogo di culto; il principe Tiberio Carafa, molto religioso, decise così di far costruire, con una donazione di 37 ducati, una nuova chiesa da dedicare all'Immacolata Concezione. Per la costruzione della nuova chiesa fu scelto l'ampio spiazzo sul Timpone. Altre nuove opere furono poi eseguite dal 1757 al 1787 (oltre ad un restauro dopo il terremoto del 1783), tra cui l'aggiunta dell'attuale abside, fatto costruire da Saverio Leporini. In seguito, nel 1875, fu ricostruito in marmo l'altare maggiore e nel 1881 il pulpito; un restauro completo si ebbe tuttavia nel 1928.
Nel 1806 finì il dominio dei Carafa nella terra di Diamante, che nel 1807 divenne autonoma e fu riconosciuta "Università" dipendente da Belvedere. Il 7 settembre 1808 Diamante fu bombardata per tre giorni dalla flotta francese e gli abitanti, impauriti e senza difesa, si rifugiarono sulle colline "du Fragallìtu" e di "Vrasa". Il paese fu invaso e saccheggiato di tutte le sue provviste conservate nei "fùnnichi", magazzini seminterrati adibiti a deposito, subendo danni per ventimila ducati e perdendo quasi tutte le imbarcazioni.
Per quanto riguarda il torrione, con l'intensificazione dei traffici commerciali per mare, fu adibito a sede di dogana inglese, dalla seconda metà del 1600 fino alla metà del 1800. Verso la fine del 1800 il Torrione fu restaurato, sopraelevato e fornito di una antenna di circa 40 metri per la Marina Mercantile, che se ne servì per avvistamenti e segnalazioni di bastimenti postali e come stazione ricetrasmittente per le comunicazioni telegrafiche dello Stato e dei privati (Diamante era zona di incrocio obbligatorio poiché a metà della rotta navale Napoli - Messina). Dopo il 1895, con l'inaugurazione del tronco ferroviario Napoli - Reggio Calabria, il torrione fu abbandonato e venne riutilizzato dal 1915 al 1945 dalla Marina Militare per l'avvistamento di sottomarini e di aerei.
TORTORA
Il primo popolamento di Tortora risale, secondo le testimonianze rinvenute nelle varie campagne di scavi archeologici, al Paleolitico Inferiore (trecentomila anni fa). Resti significativi di tale epoca e di quelle successive sono stati ritrovati in località Rosaneto, San Brancato e sul colle del Palecastro. Gli scavi archeologici effettuati negli ultimi anni hanno inoltre portato alla luce una serie di reperti che consentono di ripercorrere la storia del popolamento del territorio situato alla foce del Noce dall'epoca preistorica a quella tardo-romana. In particolare, le scoperte più recenti riguardano le fasi di occupazione arcaica, enotria, lucana e romana. Di grande interesse sono pure le sepolture datate VI, V e IV secolo a.C., che documentano il tenore di vita, le usanze funebri ed i rapporti commerciali della popolazione attraverso i ricchi corredi (costituiti da vasellame di produzione indigena o d'importazione, e da monili in argento, bronzo, ferro ed ambra). Il nucleo abitato principale è stato identificato sul colle Palecastro, un pianoro fortificato vicino alla costa, su cui storici e studiosi hanno definitivamente collocato l'antica città di Blanda Julia, fondata dai romani. Le frequenti incursioni saracene lungo il litorale tirrenico segnarono però la fine della città e alcuni profughi, costretti a risalire la Fiumarella che lambisce il Palecastro, si fermarono sull'estremità dello sperone roccioso a picco sul fiume, dove fondarono Julitta, che si unì poi con altri borghi e si chiamò Tortora, dal nome del volatile che da sempre ha popolato questi luoghi.