BROGLIO DI TREBISACCE
Il sito di Broglio, rappresenta una delle situazioni più avanzate verso la costa nella serie dei siti posizionati in altura e affacciati sull’anfiteatro pianeggiante della Sibaritide. Esso è collocato su un terrazzo collinare, con suolo favorevole allo sfruttamento agricolo, di ca 11 ettari, articolato su più livelli, con differenze di quota non rilevanti (figg. 1 e 2). Il pianoro si presenta come una superficie a cuneo, con apice verso monte, delimitata a nord-est e verso il mare dal torrente Marzuca ed a sud-est dalla fiumara Saraceno. Si trova in una posizione relativamente elevata (150-180 m. s.l.d.m.) e ha un ottimo avvistamento del mare e della fiumara Saraceno.

Figura 1 Figura 2
I dati che l’indagine archeologica ha fornito su questo sito hanno colmato le lacune nel panorama della protostoria dell’alto ionio calabrese, chiarendo le dinamiche di insediamento, accrescendo il numero dei siti con presenza di ceramica micenea in Calabria.
Gli scavi, che dal 1979 proseguono ogni anno ininterrottamente, hanno portato alla luce varie strutture e livelli di frequentazione dalla media età del bronzo fino all’VIII a.C.
La prima occupazione del sito risale, infatti, alla media età del Bronzo, durante i periodi cosidetti Protoappenninico ed Appenninico (1700-1350 a.C.), caratterizzanti tutta l’Italia peninsulare.
Le strutture abitative erano costituite da capanne in legno e altri materiali deperibili (incannucciata, intrecci di vimini ed altri elementi vegetali) direttamente sistemati a terra o su uno zoccolo di pietrame a secco. La facies culturale che caratterizza questa prima fase è quella “appenninica”, con ceramica ad impasto decorata con semplici motivi geometrici incisi campiti da una puntinatura (fig. 3).

Figura 3
A ridosso del 1400 a.C. inizia a comparire la ceramica di fattura egea, depurata, decorata con motivi a spirali, ad onda o con ornati vegetali stilizzati (fig.4-5) e quella cosiddetta “grigia” (fig.6), entrambe prodotte al tornio veloce. Per quanto riguarda la prima classe ceramica, essa si suddivide in ceramica egea d’importazione (soprattutto vasi chiusi ed anfore) e ceramica d’imitazione (le forme più presenti sono le ciotole a vasca profonda, tazze, olle, anfore e brocche). La ceramica grigia, peculiare del vasellame fine da mensa, è una imitazione locale della ceramica micenea, soprattutto del suo repertorio decorativo e formale.

Figura 4 Figura 5

Figura 6
Dalla fine del Bronzo medio, infatti, e per tutto il Bronzo recente (facies Subappenninica), le popolazioni locali entrano in contatto con i navigatori micenei; così gruppi di artigiani egei si inseriscono nelle comunità della Sibaritide e gruppi di enotri viaggiano verso la Grecia. Vengono acquisite nuove tecnologie nella lavorazione della ceramica come l’uso del tornio veloce, e nuove forme di stoccaggio e conservazione di derrate alimentari attraverso l’uso di grandi dolii cordonati (figg. 7-8-9-10).

Figura 7 Figura 8

Figura 9 Figura 10
L’età del Bronzo recente è largamente attestata con strutture più ampie, nell’ambito della cultura subappenninica, diffusa anch’essa in tutta l’Italia centrosettentrionale.
In questo periodo la diffusione della ceramica micenea e grigia si amplifica, segno della attuata compenetrazione delle due culture.
Tipico esempio di questa assimilazione, che è indice non solo di un’ abilità tecnica ma anche di una organizzazione economica e sociale complessa, è la produzione locale dei dolii cordonati torniti (fig. 10), grandi recipienti per la conservazione di derrate alimentari, del tutto simili ai giganteschi pithoi trovati nei magazzini dei palazzi minoici e micenei.
Riferibile a questa fase è un ambiente adibito a magazzino dove sono stati recuperati cinque dolii; questo magazzino era adiacente ad un grande edificio, probabilmente un’abitazione. Esso presentava una planimetria rettangolare con pareti intonacati da un’argilla cotta dal fuoco. I dolii si presentavano rovesciati, in seguito all’abbandono dell’ambiente, e poggiavano non sul pavimento ma su uno strato nerastro e grasso, molto probabilmente formatosi durante il periodo d’uso del magazzino per i residui di olio contenuto nei recipienti. La presenza in una buca di palo, sul lato occidentale dell’ambiente, di resti ossei combusti, appartenenti con ogni probabilità ad una pecora, ha indotto gli archeologi ad ipotizzare un sacrificio di fondazione per una così importante struttura.
Ad una delle prime fasi del Bronzo recente, risale, anche, la costruzione di una grande capanna, probabilmente appartenente ad un personaggio eminente che gestiva i rapporti con i Micenei, se si considera la gran quantità di ceramica micenea e d’imitazione rinvenuta all’interno. La struttura presenta una planimetria a ferro di cavallo, con apertura sul lato diritto, receduta esternamente da un lastricato; l’interno si presentava, molto probabilmente diviso in due ambienti da un tramezzo, che si interrompeva più o meno al centro, dove, si trovava un focolare, costruito da una piastra d’argilla rialzata, adiacente al quale si trovava un forno d’argilla a cupola.
E’ interessante notare come anche in questa struttura, tra una parete lignea e il taglio nel terreno, per il livellamento della pavimentazione, era stata posta in verticale una ciotola carenata con un’ansa spezzata, come offerta di fondazione per la costruzione della capanna.
Questi sacrifici e libagioni sono messe in relazione a simili rituali, seppure attuati con modalità differenti, del mondo egeo.
Durante il Bronzo finale (1200-1000 a. C.) si registra un periodo di crisi e di abbandono e un netto prevalere dell’elemento indigeno. Cessano, infatti, i rapporti con il mondo egeo, e l’aristocrazia assume una forte impronta guerriera. Dai dati di scavo emerge un abitato con costruzioni a pianta rettangolare, con pareti in tavole di legno, rivestite d’argilla e una fortificazione imponente che cinge l’acropoli con un muro di pietra ed elementi lignei rinforzato da bastioni, davanti al quale si apriva un fossato largo più di 10 mt. e profondo almeno 4 mt.. Si continua a conservare le derrate alimentari in grandi dolii e si lavora il ferro: sull’acropoli è stata individuata, infatti, una delle più antiche forge risalenti all’età del Bronzo.
Una ripresa si nota nella prima età del Ferro, anche se con l’avvento dei colonizzatori greci e la fondazione di Sibari, la comunità indigena di Broglio di Trebisacce, così come avviene per molti villaggi posti sui pianori che circondavano la piana sibarita, attraversa una fase di decadenza fino a scomparire del tutto.
Le ultime campagne di scavo hanno messo in luce una struttura con un piano di calpestio in argilla ed un sottofondo di drenaggio realizzato con pietrame e molto materiale ceramico, interpretata come la bottega di un vasaio e databile alle ultime fasi di vita dell’insediamento di Broglio. La classe ceramica più attestata in questa fase è quella depurata di tipo indigeno con decorazioni geometriche tipiche della Calabria settentrionale ionica.