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Amendolara

AMENDOLARA

 

Amendolara  si colloca nella fascia subcostiera, di transizione fra il mare e le colline che segnano gli ultimi contrafforti del Pollino ed è a circa 3 km in linea d’aria dalla costa, che è la più stretta di tutto l’arco della Sibaritide. Essa è posta su un pianoro a 230 m s.l.d.m. e presenta facile accesso da est e nord, mentre è inaccessibile ad ovest, per la presenza di ripide pareti sulla fiumara Straface.

Il territorio di Amendolara ha restituito poche presenze di materiali preistorici risalenti al Neolitico (6.000-3.000 a.C.), si tratta di pochi strumenti, schegge di pietra e ossidiana e pochi frammenti ceramici.

Le prime fasi di frequentazione risalgono all’ età del Bronzo medio (XVI-XIV a.C.), in concomitanza con il sorgere di tanti villaggi nella Calabria ionica, posizionati su alture naturalmente protette, più o meno vicine alla costa e con accesso al mare tramite corsi d’acqua, come Broglio di Trebisacce, Francavilla Marittima, Torre Mordillo.

In località Tarianni, all’estremità meridionale del territorio di Amendolara, sono stati rinvenuti frammenti sporadici e superficiali della media età del Bronzo.

Il vero insediamento è stato individuato sul colle su cui  sorge  l’attuale centro storico, Rione Vecchio, in cui sono documentate le fasi di vita del Bronzo medio, recente e finale. Sono stati recuperati corredi di tombe ad incinerazione provenienti dalle località di  Agliastroso, Piantata Pucci e San Marco.

Il sito di Amendolara ha fornito anche molte informazioni sugli scambi ed i contatti tra Greci ed Indigeni nel VII a.C. La cultura materiale ha, infatti, dimostrato una profonda assimilazione della cultura greca da parte dell’elemento indigeno già a partire dal VII a.C. e che nel VI a.C. sarà già completata; a testimonianza di ciò sono un notevole incremento demografico dal VII al VI a. C. e la creazione di una città regolare, con case dalla planimetria simile a quelle di Sibari, impiantatasi nella collina di S. Nicola (Fig. 1), in un momento in cui la città achea raggiungeva il suo massimo splendore.

 

San Nicola di Amendolara. Planimetria dell'abitato indigeno sorto sui terrazzamenti del colle. - Clicca per ingrandire

 

Figura 1. San Nicola di Amendolara. Planimetria dell'abitato indigeno sorto sui terrazzamenti del colle.

 

San Nicola di Amendolara. L'asse stradale principale dell'abitato indigeno. Ai lati si allineano edifici a pianta rettangolare e laboratori di ceramisti con le fornaci per la cottura dei vasi. Epoca arcaica. - Clicca per ingrandire

 

Figura 2. San Nicola di Amendolara. L'asse stradale principale dell'abitato indigeno. Ai lati si allineano edifici a pianta rettangolare e laboratori di ceramisti con le fornaci per la cottura dei vasi. Epoca arcaica.

 

PERIODO ENOTRIO

E’ nella prima età del Ferro che si ha la documentazione di un insediamento più consistente e florido, sempre individuato sullo stesso colle Rione Vecchio, con le sue relative necropoli, site in località Agliastroso, S. Marco, Piantata di Pucci. Queste aree sono rilievi circostanti all’altura del Rione Vecchio e si presentano, oggi, particolarmente erosi dal fenomeno dei calanchi.

Questo insediamento era collocato su una collina difesa naturalmente e che forniva la possibilità di allevare il bestiame e sfruttare il territorio per le colture; aveva, inoltre, accesso al mare tramite  due fiumare; situazioni analoghe sono riscontrabili in altri siti dell’età del Ferro come Francavilla Marittima, Torre Mordillo, Torre del Michelicchio.

Dell’abitato si conosce solo la posizione, poichè è stato completamente coperto dal villaggio medievale.

Solo le necropoli possono dare informazioni circa la cultura, le attività produttive, le relazioni commerciali, il grado di ricchezza e l’entità della comunità.

La tipologia più comune di sepoltura  è l’inumazione a fossa coperta da pietre.

La necropoli di Agliastroso ha restituito materiali di metallo maschili e femminili quali punte di lancia, scuri, fibule, anelli, pendagli e bracciali che si pongono nella medesima facies culturale di altri siti dell’Italia meridionale ed in particolare della fascia ionica come Torre Mordillo e Francavilla Marittima.

Le tombe femminili hanno una grande presenza di bronzi ornamentali: fibule a disco, pendagli a forma di coppiette o a doppia protome di uccelli acquatici, orecchini, etc..

Anche il vasellame è presente in notevole quantità con vasi in impasto, in ‘bucchero’ e sopratutto in ceramica indigena depurata con motivi geometrici.

All’interno della stessa necropoli si individuano differenze sociali, segno di una società complessa e gerarchizzata.  Nelle sepolture maschili più ricche si trovano armi di prestigio, in quelle femminili grandi quantità di bronzo, ambra e vetro. Mancano nei corredi di Amendolara oggetti che possano ricondurre a scambi e relazioni commerciali con il mondo mediterraneo ed orientale, come succede per Francavilla Marittima, Torre Galli, Torre del Michelicchio.

 

PERIODO COLONIALE

Alla fine dell’VIII a.C., la frequentazione si sposta in direzione nord-est, in località San Nicola, una terrazza di una collina isolata, ai piedi della quale, a sud-est, su due rilievi adiacenti, separati da fossati, si  trovano le relative necropoli di Paladino-Uomo Morto  e Mangosa.

 

San Nicola di Amendolara. Necropoli in località Paladino

 

Figura 3. San Nicola di Amendolara. Necropoli in località Paladino "Uomo Morto".

 

San Nicola di Amendolara. Necropoli in località Mangosa - Clicca per ingrandire

 

Figura 4. San Nicola di Amendolara. Necropoli in località Mangosa.

 

La presenza di una coppa per bere di tipo Thapsos, proveniente dal corredo funebre della tomba 105, in località Uomo Morto e databile all’ultimo quarto dell’VIII a. C., testimonia  i primi contatti con gli achei, fondatori di Sibari.

Dell’abitato si conosce la fase databile dalla fine del VII a.C. al VI a.C., momento in cui la vita si interrompe, in concomitanza, probabilmente con la distruzione di Sibari da parte dei Crotoniati (510 a. C.).

Gli scavi  eseguiti dal 1967 dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria in collaborazione con la prof.ssa J. de la Genière hanno messo in luce un abitato, di VI a.C., formato da case a pianta quadrangolare con ambienti che insistono su un cortile centrale, destinati, oltre che ad abitazione vera e propria, anche a magazzini, ripostigli etc.. La tecnica costruttiva impiega ciottoli di fiume per le fondazioni, argilla cruda per l’alzato e una copertura con tegole, soprattutto per quelle più tarde.

  

San Nicola di Amendolara. L'abitato indigeno di età arcaica. - Clicca per ingrandire

 

Figura 5. San Nicola di Amendolara. L'abitato indigeno di età arcaica.

 

Queste abitazioni, per la maggior parte, sono disposte lungo strade rettilinee di terra battuta, che si incontrano ad angolo retto, ampie quasi 5 mt., in altri casi le strade e con esse le abitazioni che si affacciano su di esse si adattano alle condizioni topografiche del luogo. Nell’insieme si tratta di una organizzazione urbana del tutto simile alla contemporanea città di Sibari, di cui si conosce un quartiere coevo ed analogo a quello di S. Nicola, scavato in località Stombi. Alcuni particolari dei muri, anomalie di orientamento delle fondazioni nello stesso gruppo di edifici ed, in alcuni casi, la sovrapposizione di strutture, fanno ritenere che l’abitato abbia avuto diverse fasi costruttive, che dimostrano una vita piuttosto articolata, distinta, in linea di massima, in tre fasi. La prima fase  caratterizza un abitato molto primitivo e modesto, una seconda fase vede il formarsi di un agglomerato di tipo urbano, distinto dalla sistemazione regolare delle case e dalla tecnica costruttiva molto accurata. L’ultima fase testimonia uno sconvolgimento generale a cui è seguita, probabilmente, una ricostruzione affrettata con un orientamento lievemente spostato, rispetto ai precedenti, e con l’uso di una tecnica  approssimativa. L’abitato, a metà strada fra Sibari e Siri, ha sicuramente subito i contraccolpi degli avvenimenti storici del  VI a.C. Con gli edifici sono state individuate anche numerose fornaci, segno di una fiorente attività artigianale. Il materiale recuperato negli strati di frequentazione relativi alle case di Amendolara ci mostra come gli indigeni abitassero qui insieme ai coloni. In associazione, infatti, a materiale prodotto a Sibari o importato direttamente dalla Grecia si è recuperata una grande quantità di ceramica locale con motivi decorativi tipicamente indigeni e derivati dalle produzioni di ceramica geometrica dell’età del Ferro (VIII a. C.).

 

San Nicola di Amendolara. Fornace per la cottura di vasi, abitato indigeno di età arcaica. - Clicca per ingrandire

 

Figura 6. San Nicola di Amendolara. Fornace per la cottura di vasi, abitato indigeno di età arcaica.

 

La scoperta di numerosi pesi da telaio, poi, dimostra la diffusione della tessitura e della filatura e di conseguenza della pastorizia, attività probabilmente principale all’interno della comunità. Alcuni pesi da telaio recano incisi dei nomi, che mostrano, tra l’altro, anche l’acquisizione dell’uso della scrittura, dell’alfabeto e della lingua greca di Sibari.

La mancanza del ritrovamento di un luogo di culto di epoca arcaica, dovuto anche alla distruzione  dei siti a causa di lavori agricoli, potrebbe indicare una dipendenza dell’abitato da Sibari e la subalternità dei suoi abitanti e, sicuramente, non mette la parola fine alla discussione sull’identificazione di Lagaria, mitica colonia fondata  da Epeo, l’artigiano greco costruttore del cavallo di Troia, contesa da Amendolara e Francavilla Marittima.

Le informazioni più preziose riguardo la composizione sociale, la cultura ed i costumi degli abitanti della città di S. Nicola si ricavano dai numerosissimi corredi scavati e solo in parte restaurati, studiati e pubblicati delle due aree di necropoli di Paladino-Uomo Morto e Mangosa. Le due aree, indagate per ampi settori, presentano sepolture  molto ravvicinate, orientate in prevalenza in senso nord-ovest sud-est. 

 

San Nicola di Amendolara. Tombe della necropoli di località Paladino Uomo Morto. - Clicca per ingrandire

 

Figura 7. San Nicola di Amendolara. Tombe della necropoli di località Paladino Uomo Morto.

 

Il rito funebre è sempre l’inumazione. A Paladino i neonati sono seppelliti in vasi grezzi e comuni chiusi da una pietra o da un  frammento di grosso vaso e senza corredo (enchytrismos) e sono datate prima dell’ultimo terzo del VII a. C. ed un solo caso è riferibile al  VI a.C., a Mangosa esiste un solo caso per la tomba T17.

Le deposizioni sono ad inumazione in fosse rettangolari scavate nel terreno; a Mangosa erano a cista mentre a Paladino le tombe si presentavano con pareti rivestite da ciottoloni e schegge di lastre. In tutte e due le necropoli il fondo della fossa era pavimentato da lastre orizzontali.

I defunti venivano sepolti da soli. Esistono numerosi casi di sovrapposizione nelle due necropoli, che testimoniano una  mancanza di spazio, che veniva forse diviso per gruppi familiari.

Per quanto concerne i corredi, quelli più antichi mostrano l’origine indigena dei defunti per gli elementi di forte continuità con la prima età del Ferro, questo è dimostrato dall’abbondante presenza di oggetti di ornamento in bronzo delle deposizioni femminili, che testimonia il grande lusso del vestito funebre: fermatrecce, collane, coppe di bronzo, fibule ad occhiali o cruciformi, anelli, a volte un coltello in ferro, poi brocche indigene e ceramica greca corinzia o d’imitazione (coppe per bere), unguentari etc.. Quelle maschili si distinguono per la presenza, non importante, di armi, come qualche punta di lancia e giavellotti, in associazione  si trovano falcetti, coltelli, fibule ad arco serpeggiante e vasi per bere e versare.  Caratteristici di questa prima fase  sono i corredi delle tombe 5 e 6 della necropoli di Mangosa, nei quali è presente anche vasellame in bronzo, come la patera ombelicata decorata con motivo a triangoli appartenente alla tomba 6, databile all’inizio del VII a.C. Grande appare la presenza di tombe infantili, alcune delle quali con ricchi corredi composti da poppatoi, aryballoi d’importazione ed oggetti d’ornamento personale in bronzo, ambra e pasta vitrea, databili alla fine del VII a.C.

Con la fine del VII a.C. e soprattutto con il VI a.C. il rituale di deposizione cambia, c’è una diversa composizione nei corredi con una prevalenza di vasellame rispetto agli oggetti di ornamento ed agli utensili, anche se compaiono ancora alcuni falcetti in ferro e i pesi da telaio. Sono più frequenti gli oggetti importarti da Corinto e dal vicino Oriente (scarabei). Nel VI a.C. diventa difficile individuare il sesso del defunto, c’è una standardizzazione del corredo e scompaiono del tutto le armi e gli oggetti di ornamento personale, in alcuni casi delle pissidi-stamnoidi si trovano in deposizioni femminili. Nelle tombe più recenti  compaiono le prime importazioni attiche, generalmente lekythoi, e le coppe per bere su piede, che imitano una produzione dell’Asia Minore (coppe ioniche), che, generalmente, si presentano impilate una sull’altra.

Questi cambiamenti testimoniano la scomparsa delle tradizioni indigene, la completa ellenizzazione del corredo e una certa uniformità socio-economica del centro enotrio, che ormai è sotto la completa egemonia politica di Sibari. Per quanto concerne i corredi più antichi, enotri, essi presentano forti analogie con quelli di Francavilla ma anche con la zona materana di S. Leonardo da Pisticci e di S. Maria d’Anglona.

Le due necropoli non presentano diversità di  cronologia, rituale, tipologia di deposizione e di  corredi, è possibile, quindi, che le deposizioni corrispondano semplicemente a due diversi quartieri di San Nicola.

Così come nell’abitato, anche dalle necropoli non pervengono corredi successivi  agli ultimi anni del VI a.C., sintomo dell’abbandono dell’area in concomitanza della distruzione di Sibari ed il conseguente tracollo politico, economico e sociale dell’impero sibarita.

Nel 1976 fu recuperato, in modo del tutto fortuito, un tesoretto di monete d’argento, probabilmente seppellito dal suo possessore in attesa di tempi migliori per il recupero e poi mai più recuperato. Il tesoretto  si compone di 42 incusi (monete delle città di epoca arcaica, così chiamate per la particolare tecnica di battitura che lasciava una faccia con l’effige a rilievo e l’altra incavata, “incusa”). Di queste 42 monete 28 erano di Sibari (con l’effige del toro retrospiciente), 13 di Metaponto (con la spiga d’orzo) ed 1 di Crotone (con il tripode delfico) e tutte si datano ai decenni finali del VI a. C.  Il ritrovamento testimonia come ad Amendolara circolassero quasi esclusivamente monete  prodotte dalle città achee vicine, ma soprattutto a Sibari e che, molto probabilmente, il proprietario non abbia potuto recuperare il suo tesoretto perchè anche il centro indigeno rimase coinvolto nel disastro che seguì alla battaglia fra Sibari e Crotone nel 510 a. C.

 

PERIODO ELLENISTICO-ROMANO

Sono molto poche le tracce riferibili a frequentazioni in epoca ellenistica e repubblicana, per lo più si tratta di frammenti raccolti sporadicamente dal dott. Laviola in varie località del territorio.

Per la fase romana sono noti i resti murari monumentali vicino alla costa.

In località Camodeca è venuto alla luce un pavimento in cocciopesto, databile al I a.C., pertinente ad un insediamento produttivo legato allo sfruttamento agricolo del territorio.

All’epoca imperiale romana si può datare un complesso murario in opera cementizia con tracce di paramento in laterizi, individuato sul terrazzo del Piano della Lista. Si è ipotizzato possa trattarsi  della stazione di sosta Ad Vicesimum, indicata lungo il tracciato dell’antica strada costiera ionica dall’Intinerarium Antonini[1], a 20 miglia da Thuri  e a 24 miglia da Heraclea.

Sul pianoro della Madonna della Salute, nell’area di Villa Dora,  sono stati individuati i resti pertinenti ad  un complesso termale.



[1] Importante documento di età imperiale romana che descrive il sistema stradale dell’Impero, indicando i percorsi principali con le stazioni di sosta  per il cambio dei cavalli (mutationes), spesso fornite anche di ambienti di servizio per il vitto e l’alloggio dei viandanti (mansiones). Queste stazioni sorgono in prossimità di città, ville o villaggi, ma, in alcuni casi, la loro presenza stimola il sorgere di un nuovo agglomerato urbano.

 

 

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