LOCRI EPIZEFIRI
Locri Epizefiri, fra le grandi poleis greche della Calabria, è forse oggi quella maggiormente nota, per numerose notizie storiche trasmesse dalle fonti letterarie antiche e per testimonianze archeologiche di eccezionale risalto e completezza, a cominciare da quelle acquisite tra il 1890 e il 1918 con gli scavi di Paolo Orsi, le quali costituiscono uno dei fondamentali nuclei del Museo Nazionale di Reggio Calabria, sino ad arrivare ai reperti delle indagini più recenti, ospitati nel Museo Nazionale di Locri istituito nel 1971. Locri fu detta dagli antichi «Epizefiri», cioè vicina al Capo Zefirio (oggi Capo Bruzzano), un promontorio lungo la costa jonica dove i coloni appena giunti dalla Locride, regione della Grecia centrale, sostarono per qualche anno prima di spostarsi nel sito definitivo, circa 20 Km più a nord. La fondazione avvenne intorno alla fine dell’VIII secolo a.C. secondo la testimonianza di Strabone, storico e geografo antico, avvalorata dalla cronologia dei più antichi reperti archeologici rinvenuti nell’area della polis. La città ben presto si organizzò con rigidi ordinamenti di impronta aristocratica, sanciti dal codice di leggi attribuito a Zaleuco, forse il più antico codice del mondo greco e della cultura europea. La fondazione sul versante tirrenico delle subcolonie di Medma (oggi Rosarno) e Hipponion (oggi Vibo Valentia) intorno al 600 a.C. e la successiva clamorosa vittoria su Crotone nella battaglia del fiume Sagra, segnarono la massima fioritura di Locri in età arcaica. Nel V secolo a.C. le ripetute ostilità contro Reggio rinsaldarono l’alleanza con la potente Siracusa, che nel IV secolo si trasformò in vera e propria dipendenza di Locri dai tiranni siracusani Dioniso I e Dioniso II; la violenta cacciata di quest’ultimo da Locri segnò l’introduzione di un regime democratico, documentato dalle tabelle bronzee iscritte dell’ archivio di Zeus Olimpio. Dopo aver parteggiato per Pirro, Locri entrò stabilmente nell’orbita romana, a cui si ribellò durante la seconda guerra punica, venendo quindi punita da Scipione. La conseguente crisi demografica ed economica comportò una riduzione dell’abitato di Locri, che divenne municipium nell’89 a.C. In età imperiale Locri rimase il centro principale del territorio, in cui si svilupparono grandi proprietà terriere facenti capo ai complessi agricoli-residenziali delle villae. Le incursioni arabe e la diffusione della malaria causarono l’abbandono delle fasce costiere e gli abitanti si rifugiarono nell’interno a Gerace, destinata a diventare il centro principale della zona fino al secolo scorso. La città greca si sviluppò su una vasta superficie di oltre 230 ettari situata in parte nella fascia costiera pianeggiante, in parte sulle colline retrostanti incise da profondi valloni. La cinta muraria, dal circuito lungo circa 7 Km, ha percorso rettilineo in pianura, quindi sale seguendo il ciglio delle alture fino alle potenti fortificazioni alla sommità dei colli di Castellace, Abbadessa, Mannella. All’esterno dell’area urbana si trovavano le necropoli; sempre al di fuori della città, non lontano dalle mura urbiche, sorgevano delle aree sacre: il santuario della Mannella, dedicato a Persefone; il santuario di Grotta Caruso, fiorito attorno ad una sorgente d’acqua naturale e sede di un culto delle Ninfe; il santuario di Demetra in contrada Parapezza; il santuario di Afrodite in contrada Centocamere. All’interno della città sorgevano altri santuari dotati di edifici di grande impegno architettonico quali il tempio ionico di Marasà ed il tempio dorico di casa Marafioti. A valle di quest’ultimo era situata una teca in pietra contenente tabelle bronzee con iscritti i rendiconti finanziari del santuario di Zeus Olimpio. Degli edifici pubblici è noto il teatro, sorto al limite tra piana costiera ed alture sfruttando una concavità naturale; l’agorà, la grande piazza del mercato e della vita pubblica, doveva sorgere non lontano. Nel settore pianeggiante, l’abitato era organizzato secondo uno schema urbanistico regolare, con strade rettilinee incrociantesi ad angolo retto. Una fitta serie di strade parallele, definite dagli antichi stenopoi (= strade strette), era disposta da monte verso mare per facilitare lo scorrimento delle acque piovane, formando così isolati rettangolari lunghi e stretti. Tali strade erano intersecate da poche grandi strade, dette plateiai (= strade larghe): una, larga circa m 14, correva non lontano dalle mura in senso parallelo alla costa; un’altra corrisponde all’incirca all’attuale strada del Dromo, che conserva il nome di origine greca e forma un percorso naturale ai piedi delle colline che si prolunga per centinaia di Km lungo la costa dello Jonio. Il settore di abitato indagato più estesamente è quello di Centocamere, con case affiancate da laboratori artigianali per la lavorazione dell’argilla e da botteghe per la vendita dei prodotti finiti.
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