CIRÒ
Tradizionale avamposto della grecità crotoniate, il territorio di Cirò occupa un ruolo preminente nell’ambito delle dinamiche insediative della regione posta tra le colonie greche di Sibari e Crotone ed interessata, fin da età protostorica, da articolati fenomeni insediativi. Una frequentazione ascrivibile all’ età del Bronzo recente è attestata sulle prime colline prospicienti la piana costiera (Motta, Oliveto, Taverna). Il passaggio alla successiva età del Ferro è documentato da un’adeguata razionalizzazione degli insediamenti, ubicati su siti più ampi, lontani dalla costa, in posizioni naturalmente difese (colle di S. Elia). Al medesimo contesto sono riconducibili i reperti dalla necropoli di Cozzo del Santarello presso Cirò superiore, interpretati come possibili indicatori di un contesto enotrio ben documentato da altri insediamenti calabresi coevi (Francavilla Marittima, Castiglione di Paludi). Il popolamento del territorio non sembra interrompersi in età coloniale; la storia della città di Krimisa, piccola città dell’Enotria (Licofrone, Stefano di Bisanzio) situata nella Crotoniatide lungo il corso del fiume omonimo tradizionalmente identificato con il torrente Lipuda, si intreccia in questi luoghi con le vicende dell’eroe tessalo Filottete, leggendario artefice della colonizzazione del territorio a nord di Crotone e fondatore del santuario di Apollo Aleo ubicato sul promontorio di Punta Alice, presunta sede dell’antica Krimisa fondata dal medesimo eroe.
A tale fase si ascrivono i ritrovamenti effettuati presso Cirò superiore nella loc. di Cozzo Leone e sulla collina di S.Elia lungo il pendio che scende verso il Campo Sportivo. Dalla collina di Cozzo Leone provengono i reperti più antichi della stipe votiva dal piccolo santuario di Cozzo Leone identificato dall’Orsi (1914-1915). Materiali greci sia di importazione che di produzione coloniale o locale (VII-VI sec. a.C.) caratterizzano i corredi delle sepolture venute alla luce nella zona del Campo Sportivo, già sede di una necropoli dell’età del Ferro. Alle ricerche sistematiche condotte dalla Soprintendenza Archeologica della Calabria (1985) lungo il pendio meridionale della collina di S. Elia, in contrada Sanguigna, si deve il rinvenimento di una serie di strutture (un ambiente rettangolare con probabile alzato in mattoni crudi su zoccoli in pietre) interpretate come parte integrante di un piccolo abitato indiziato, tra l’altro, dal rinvenimento di una cospicua quantità di ceramica da cucina e di contenitori per derrate (VII-VI secolo a.C.). La presenza di oggetti votivi ha suggerito l’esistenza di un luogo di culto ad uso dell’adiacente abitato, posto a controllo della stretta lingua di terra definita dai bacini idrografici del Santa Venere e del Lipuda. Entro il medesimo contesto cronologico si colloca il deposito di ceramica votiva di fabbricazione coloniale e di importazione (alabastra corinzi, coppe a filetti, un cratere con decorazione zoomorfa ispirato a modelli corinzi, vasetti miniaturistici) portato alla luce nella zona di Taverna, a sud-ovest di Cirò marina e databile tra la seconda metà del VII e gli inizi del VI sec. a.C. ad indicare il passaggio di un antico tracciato viario in direzione di Crotone (J. De La Genière).
LA FASE BRETTIA
Poche ed incerte le notizie riguardanti la storia del territorio in età classica, a partire dal IV sec. a.C.; al parziale spopolamento dell’abitato posto sui colli di Cirò superiore corrisponde una forte densità di occupazione della pianura costiera documentata in particolare dai resti di abitazioni e fornaci portati alla luce nelle località Ceramidio, Castello Sabatini, Taverna (IV-III sec. a.C.) e correlati alla presenza di nuclei di popolazione brezia la cui gerarchia sembra adeguatamente riflessa nei contesti sepolcrali rinvenuti nelle vicine contrade Capella e Franza (figg.1-4).

Figura 1. Cirò, Contrada Catena. Disegno ricostruttivo del corredo della tomba 2 (IV-III sec. a.C.)

Figura 2. Cirò, Contrada Catena. Tomba 2 in fase di scavo; in primo piano scheletro di bambino con corredo

Figura 3. Cirò, Contrada Catena. Oggetti in piombo dal corredo della tomba 2 (morsi di cavalli, varga frammentaria, alare)

a b
Figura 4. a-b Cirò Marina. Contrada Taverna. Tomba 2
Particolarmente significativo è il corredo tombale restituito da una tomba “a cassettone” da contrada Franza; un intero servizio da banchetto in piombo (spiedi, alari, cottabos) e un cinturone in bronzo delineano l’elevato rango del defunto. Dallo stesso settore proviene un ricco corredo femminile costituito, tra l’altro, da elementi pertinenti ad una corona con foglie, grappoli, in legno, bronzo decorato e terracotta dorata che trova significativi confronti in altri tipi coevi attestati a Taranto ed in Macedonia (fine IV-inizio III sec.a.C.). Il contesto sepolcrale individuato a NE del Castello Sabatini, sulla collina prospiciente la pianura costiera, ha restituito una copiosa quantità di corredi femminili, caratterizzati dalla presenza di fibule, di contenitori per la cosmesi e di oggetti da symposium in piombo, vasi potori o materiale metallico (cinturone in bronzo, strigili in ferro o in bronzo, morsi di cavallo). Indice dell’elevata prosperità del mondo brezio è la tomba a camera di contrada Oliveto, destinata ad un personaggio emergente di stirpe italica. Agli alti ranghi equestri del corpo sociale brettio sembrano, inoltre, riferirsi la nota tomba del cavallo da contrada Sabatini ed il deposito di piccoli cavalli e cavalieri in terracotta di contrada Carosello.
IL SANTUARIO DI APOLLO ALEO A PUNTA ALICE
Il culto di Apollo Aleos, originario della città di Patara in Asia Minore, è documentato dal noto santuario di Punta Alice fondato, secondo la tradizione, dall’eroe tessalo Filottete.
Osservazioni critiche ai primi resoconti di scavo redatti da Paolo Orsi nel 1924 indussero D. Mertens ad effettuare una indagine sistematica dell’intero edificio condotta in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica della Calabria (1977). A differenza di quanto indicato dall’Orsi che interpretò i ruderi come i resti di un unico tempio coevo a giudicare dalla continuità delle strutture, i dati emersi dall’attenta disamina hanno suffragato l’esistenza di una fase tardo-arcaica (fine del VI sec. a.C.) con pianta stretta ed allungata, cella aperta sulla fronte e peristasi lignea. La cella di forma molto allungata (m 27 x 7.90) era impostata su uno zoccolo in pietra calcarea di fiume con alzato in mattoni crudi. Il naos, privo di pronaos, era diviso da un colonnato centrale in due navate. Tra gli elementi architettonici pertinenti al complesso più antico si segnala, in particolare, una serie di terrecotte architettoniche facenti parte del rivestimento della trabeazione lignea e del geison. Ad età ellenistica (primo quarto del III sec. a.C.) si ascrive il completo rifacimento dell’edificio sacro e la demolizione delle fondamenta delle peristasi laterali del tempio arcaico. Alcune iscrizioni in osco ed una serie di antefisse a testa di Pan di manifattura italica provenienti dall’area del santuario, simili per fattura stilistica ad altri reperti affini dal centro brezio di Castiglione di Paludi, suggeriscono l’esistenza, nell’area santuariale, di una forte presenza brettia, all’origine forse dell’intenso rinnovamento edilizio del III sec. a.C. (Mertens).
A quel tempo la struttura litica fu inglobata nella nuova costruzione che mantenne la cella primitiva, con l’aggiunta di un ricco colonnato in pietra (8 x 19). Sui lati brevi, lo spazio tra la cella e la fronte della peristasi fu occupato da un altro colonnato secondo un assetto planimetrico di tipo arcaico caratterizzato da elementi distintivi di matrice dorica (fig.5)

Figura 5. Cirò. Santuario di Punta Alice. Proposta ricostruttiva del tempio di Apollo Aleo: prospetto e pianta
Alcuni frammenti architettonici (geison, capitelli dorici, rocchi di colonne, frammenti di architrave) della fase “lapidea” sono attualmente conservati presso il Museo di Crotone e presso il Museo di Reggio Calabria.
L’antica struttura fu smantellata con molta cura, mentre gran parte del precedente arredo sacro, coperto da due strati di terra e scaglie di pietra, fu sepolto all’interno dell’adyton che ha restituito preziosi ex-voto tra cui la testa marmorea (vedi foto di default), la mano sinistra frammentaria ed i piedi dell’acrolito (fig.6), pregevole esemplare di una rara immagine cultuale di Apollo citaredo (440-430 a.C).

Figura 6. Cirò Marina. Santuario di Punta Alice: cella del Tempio di Apollo. Piedi in marmo greco dell'acrolito
Alle indagini attivate intorno alla metà degli anni ottanta (J. De la Géniere) si deve l’esplorazione sistematica della zona compresa tra il lato ovest e l’angolo sud-ovest del tempio e la conferma di tracce di frequentazione ascrivibili ad un ampio orizzonte cronologico compreso tra il VII-VI sec. ed il III sec. a.C. Da quest’area proviene un interessantissimo nucleo di reperti custoditi presso l’Antiquarium civico di Cirò, tra cui una piccola statuina in terracotta con polos della prima metà del VI sec. a.C., una testina maschile arcaica con corona della metà del VI secolo a.C., ed una serie di oggetti votivi in bronzo. I più antichi materiali recuperati (un gruppo di bronzetti di produzione magno greca, una statuina in lamina d’oro con patera (fig.7 a) ed un’iscrizione incisa su un frammento di tegola marmorea) risultano esemplificativi dell’esistenza del culto apollineo (fig.7 b).

Figura 7. Cirò Marina. Santuario di Apollo Aleo: a) Statuetta maschile in oro raffigurante Apollo (metà del IV sec. a.C.) conservata presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria; b) Tempio di Apollo (scavo Orsi 1924). Parrucca di statua in bronzo (secondo quarto del V sec. a.C.) conservata presso il Museo Nazionale di Reggio Calabria
Resta tuttavia ancora incerta l’origine dell’epiclesi del dio tradizionalmente venerato come Alaios o Halios, (protettore della buona navigazione e dio del mare) sebbene un ramoscello bronzeo di alloro conservato presso il Museo di Crotone richiami alcuni aspetti del culto di Apollo Katharsios e la nota saga del fondatore del santuario, Filottete, inviti ad ipotizzarne una connessione con un culto di tipo salutifero.