TORTORA
Il comune di Tortora è l’ultimo, a nord, della provincia di Cosenza. Il suo territorio comprende un’area di ca. 58 kmq, è prevalentemente montuoso, con un’ampia fascia costiera sul Tirreno.
E’ attraversato da due corsi d’acqua, la fiumara chiamata Fiumarella di Tortora, che nasce fra l’altopiano del Carro, il Monte Gada e il fiume Noce, proveniente dal Lagonegrese. Questi due fiumi in origine delimitavano il colle di località Palestro, sede dell’antico insediamento lucano di Blanda.

Figura 1. Tortora. La collina fortificata del Palecastro o Palestro.
Le frequentazioni di questo territorio partono dal periodo Paleolitico (1 milione di anni a. C.-10.000 a. C.). In località Rosaneto di Tortora, un ampio terrazzo ai margini dell’Appennino calabro-lucano, non lontano dal mare, è stato individuato un giacimento di strumenti litici (ciottoli scheggiati su una o due facce, bifacciali etc.) appartenenti a varie tipologie e fogge in calcare e selce, databili al Paleolitico inferiore. In località Torre Nave, in prossimità del fiume Noce, in una cavità naturale, denominata Grotta di Torre Nave, sono stati scoperti livelli di frequentazione databili al Paleolitico medio e superiore (ultima fase del Paleolitico).
A Tortora è ben documentata anche l’età dei metalli: in un riparo posto a metà sul costone roccioso lungo il versante settentrionale del basso corso della Fiumarella di Tortora è stata individuata una sequenza di stratificazioni di livelli di frequentazione con materiali pertinenti al Bronzo antico e medio, sigillati dal crollo della volta del riparo.
Nel periodo immediatamente successivo alla colonizzazione greca, che a partire dall’VIII a.C. ha creato colonie sulle coste della Sicilia, Puglia, Basilicata, Calabria e nel Golfo di Napoli, estendendo poi il proprio predominio anche nelle zone più interne, dove erano stanziate le popolazioni indigene, il territorio di Tortora è stato oggetto di una forte frequentazione e ha svolto una funzione strategica di collegamento fra le colonie greche e questi popoli.
I popoli indigeni che abitavano le piane del Metapontino, della Siritide, della Sibaritide, le vallate interne dei fiumi Bradano, Basento, Agri, Sinni, Crati, Coscile e Neto, meglio noti come Enotri, già dall’ età del Bronzo, subirono, infatti, un processo di omologazione alla cultura greca.
Importanti centri enotri sono stati Sala Consilina con il Vallo di Diano, Palinuro, Policastro Bussentino, Castelluccio sul Lao e Rivello. Probabilmente proprio da questi centri verso la fine del VI a.C. ci fu un movimento verso la costa tirrenica cosentina al fine di stabilire un contatto con i greci, avvenuto con la creazione di stanziamenti costieri.
Questa costa, infatti, in una prima fase non era stata occupata dai Greci a causa di una grande presenza di catene montuose molto vicine alla costa ed alla esiguità di terreni pianeggianti e coltivabili.
PERIODO ENOTRIO
Tortora rappresenta, quindi, un centro enotrio prima e lucano poi di grande importanza, la cui principale attività era caratterizzata dalla pastorizia e da un’agricoltura di sussistenza.
La fase enotria è attestata soprattutto dalla necropoli ritrovata nella zona di San Brancato, e oggetto di scavi stratigrafici a partire dal 1991 fino al 1995.

Figura 2. Tortora. Planimetria della necropoli di San Brancato

Figura 3. Tortora. Necropoli di San Brancato. Tomba 26 in fase di scavo
Sono state portate alla luce 38 tombe a fossa, scavati nel banco sabbioso su un piccolo costone roccioso, lungo il corso della Fiumarella, ai piedi della collina Palestro.
Coprono un arco cronologico che va dalla seconda metà del VI al IV a. C..
I corredi più antichi, pertinenti alle sepolture enotrie, sono caratterizzati dalla presenza di ceramica indigena, oggetti di produzione locale di imitazione greca, ceramica greca d’importazione e ornamenti di metallo ed ambra, per quelle femminili.
Molti vasi sono legati al consumo del vino, come le brocche trilobate, le coppe di tipo ionico ed i kantharoi.
I corredi databili fra il 510 ed il 490 a. C. presentano più ceramiche d’importazione, come i vasi attici a figure nere, rispetto al vasellame indigeno. Sintomo, questo, di una “grecizzazione” sempre più accentuata della comunità enotria.
L’ultima fase cronologica della necropoli va dal 490 al 460 a. C.. Le tombe ascrivibili a questo periodo presentano una standardizzazione del corredo, con oggetti sempre riferibili al consumo del vino ed al rito del banchetto funebre: anfora vinaria e cratere per i corredi maschili e cup skyphos o skyphos e cratere per quelle femminili. Aumentano considerevolmente le importazioni attiche a figura rosse.
Più problematica appare l’ubicazione dell’insediamento indigeno, che potrebbe essere collocato sulla collina del Palestro o Palecastro, un’altura con un ampio pianoro sommitale a ca. 115 s.l.d.m., a 3 km dal mare, vicina all’imbocco della vallata del Noce e in posizione estremamente panoramica. Qui è stato rinvenuto uno strato di frequentazione con materiali ceramici databili a partire dal VI a. C..
PERIODO LUCANO
A partire dal V a.C. si assiste all’avanzata di alcune popolazioni appenniniche dell’Italia centrale: i Sanniti ed i Lucani. Questi ultimi si stabilirono nelle aree occupate dal popolo enotrio e dai coloni greci. Questo popolo, dedito alla pastorizia e ad attività guerresche, si inserì presto nel tessuto sociale delle città greco-coloniali, prima offrendo mercenari per le varie guerre e poi prendendo il sopravvento nel controllo del territorio. Le fonti storiche parlano dell’emancipazione di una tribù dei Lucani, i Bretti, avvenuta nel 356 a.C.. Con questa data le popolazioni italiche raggiungono un assetto stabile basato su un’organizzazione statale comune, con vere e proprie città-stato; il territorio era diviso in unità cantonali con un proprio 're' e propri magistrati (una coppia di meddices, ricordati anche nelle tabelle di maledizioni). Gli insediamenti erano collocati in posizione topografica dominante e muniti di fortificazioni, divisi in isolati con nette distinzioni fra gli spazi urbani. Il territorio era invece 'controllato' da una serie di singole fattorie, organizzate in piccoli villaggi, che sfruttavano gli appezzamenti di terreno disponibili e più adatti all’agricoltura.
Alla metà del IV a.C., in Calabria si verifica una situazione di divisione: il territorio compreso fra Paestum-Posidonia e Laos (secondo Diodoro Siculo, XIV 101,1-3, già città lucana nel 389 a. C.) rimane in mano lucana, mentre i Bretti controllano la Calabria centro-meridionale, con capitale Cosentia (odierna Cosenza).
A Tortora, con l’esaurimento della presenza enotria verso la metà del V a.C., dopo un periodo di stasi, verso gli inizi del IV a.C., si assiste alla lenta penetrazione della cultura lucana. L’insediamento lucano si sovrappone a quello enotrio sulla collina del Palecastro (o Palestro), che viene rinforzato da una poderosa fortificazione con almeno sette torri a pianta semicircolare.

Figura 4. Tortora. Il Palecastro: veduta aerea
Tale costruzione era composta, in parte, da blocchi calcarei squadrati e messi in opera a secco e in parte da blocchi irregolari di puddinga e scaglie di calcare, allettati da un sottile strato di legante.
Alla fase della città lucana di Blanda, successivamente conquistata dai Romani nel 214 a.C., si possono riferire dei muretti in ciottoli di fiume, individuati al di sotto del pavimento di un edificio romano e un grosso muro di terrazzamento in blocchi squadrati, a secco, posto ai margini meridionali del pianoro sommitale;

Figura 5. Il Palecastro di Tortora. Tratto meridionale della cinta muraria del centro lucano di Blanda (IV-III sec. a.C.)
inoltre numerosi frammenti ceramici a vernice nera (la classe ceramica peculiare del periodo lucano), anfore da trasporto di tipo greco-italico e frammenti laterizi con bolli databili tra il IV-III a. C., rinvenuti in tutti i settori del pianoro, dimostrano la capillare occupazione del sito, poi riutilizzato e risistemato per la costruzione della città romana.
Le necropoli ci offrono, invece, un panorama più completo della presenza lucana e dei suoi rituali nel territorio di Tortora.
I lucani occupano le stesse aree sepolcrali degli Enotri: in località San Brancato sono state rinvenute due sepolture terragne con fossa rivestita da uno strato di terreno argilloso, databili al IV a. C..
Nella sella che congiunge il pianoro di San Brancato con le propaggini del colle Palestro è stata individuata una vasta necropoli, riferibile alla fase lucana, di IV-III a. C., impiantatasi su una precedente fase enotria. Vi compaiono sia inumazioni supine, sia incinerazioni. Le inumazioni sono sia a fossa semplice (le più antiche), sia a cassa di tegole o alla cappuccina. I corredi si compongono di set per simposio e armi in ferro, strigili e cinturoni in bronzo, oggetti tipici dell’abbigliamento italico maschile e segni di connotazione della status di guerriero.
Dalla metà del IV a. C., in un periodo di grande prosperità e crescita demografica, i rituali funerari riflettono le differenze sociali e gerarchiche all’interno della società di Blanda.
Splendidi corredi con grandi vasi figurati connessi al rituale del banchetto testimoniano la ricchezza e la volontà di ostentazione del sepolto. Compaiono anche vasi legati al mondo agricolo ed economico come olle, anfore e set per la cottura delle carni (alari, griglia e spiedi) mentre scompaiono le armi.
Un’altra area di necropoli è stata localizzata lungo la strada Provinciale, dove è attestata l’incinerazione primaria su pira (bustum).
PERIODO ROMANO
Dopo la vittoria romana su Annibale, al fianco del quale si schierarono frequentemente Lucani e Bretti, la Magna Grecia muta sotto l’aspetto dell’assetto territoriale. La deduzione di due colonie romane (Crotone e Tempsa) e due latine (Copia e Vibona Valentia) tra il 194 e il 192 a. C., segna la fine dei popoli italici i quali avevano perso ogni organizzazione politica e sociale. Si costruisce l’arteria viaria Capua-Regium, che permetteva un costante rifornimenti di merci a Roma dal Bruzio e dalla Sicilia e poi anche verso il Mediterraneo e l’Oriente e che favorisce la nascita di ville produttive di aristocratici romani, che ricalcano le fattorie ellenistiche.
Sul tirreno l’insediamento più importante della prima fase della romanizzazione è proprio quello di Blanda Iulia.
La colonia triumvirale, che aveva, cioè, goduto di un ripopolamento di veterani della flotta di Cesare, dopo la sconfitta di Sesto Pompeo nel 36 a.C., rimane in vita dal I a.C. fino al V-VI d.C., con qualche momento di crisi fra il II e il III d.C.
L’insediamento romano, come già detto, è stato individuato sul colle Palestro e scavato dagli anni ’90. E’ stata messa in luce l’area del Foro con gli edifici ad esso connesso, fra cui il Capitolium, databili al I a. C.
Figura 6. Tortora. Planimetria del foro della colonia romana di Blanda

Figura 7. Tortora, loc. Palecastro. Complesso forense della prima età imperiale. In primo piano: tempietto A (seconda metà del I sec. a.C.-seconda metà del II sec. d.C.)
Gli edifici si sviluppano lungo un piazzale quadrangolare di 27x27mt non lastricato e circondato da tre templi sul lato orientale, sul lato settentrionale ed occidentale da botteghe e da un portico e su quello meridionale, da un grande edificio voltato, probabilmente una Basilica, luogo dove si amministrava la giustizia. Un altro tempietto è stato rinvenuto al centro della piazza, non in asse rispetto a tutto l’impianto e datato ad epoca tardo-imperiale, in uso in un momento, probabilmente, in cui gli altri edifici di culto erano in disuso.
Nel settore sud-occidentale del pianoro della collina, dal 1997, sono state indagate delle grandi strutture abitative con ampio cortile, poste lungo strade rettilinee. L’interpretazione data a questi edifici è quella di impianti produttivi, in uso dalla tarda età repubblicana, precedenti all’impianto forense, che diverge anche per orientamento da queste strutture.
L’unico grande complesso funerario romano è il Mausoleo, individuato in contrada Pergolo, su un piccolo rialzo a 20m s.l.d.m., a pochi metri dalla strada statale SS.18. L’edificio funebre è del tipo a tumulo, datato fra il I a.C. ed il I d.C.; è formato da un grande muro anulare, privo di aperture, che racchiude una camera quadrata, orientata secondo i punti cardinali, priva di accessi, al centro di questa è stato rinvenuto un pilastro quadrato di 1,50 m. di lato. In un’apertura alla base del pilastro, al di sotto del livello di fondazione, erano state deposte le ceneri del defunto, collocate in una cassetta con i resti del banchetto funebre, che si facevano scendere dal piano di calpestio, lungo un foro al centro del pilastro, fino al posto in cui erano deposte le ceneri. Tutto questo complesso doveva, infatti, essere coperto da terra e nello spazio delimitato dal muro anulare ci doveva essere un giardino pensile, al centro del quale era collocata la statua dell’eminente defunto.
Sull’identificazione del defunto si è pensato che dovesse essere probabilmente uno dei tre fondatori della città triumvirale e morto nel corso del I a. C.

Figura 8.Tortora, loc. Pergolo. Edificio funerario di età romana (I sec. a.C.)