Lungo il versante tirrenico settentrionale della Calabria, dall’odierna Praia a Mare e i pianori che dominano sul golfo di Policastro scendendo verso sud si incontra un paesaggio caratterizzato da coste scoscese, catene montuose e una pianura demarcata dal corso di due fiumi: Noce e Lao.
Nei pressi del fiume Noce, nel sito della Petrosa di Scalea, si trova l’odierno comune di Tortora che con il sito di S. Bartolo di Marcellina costituiscono una testimonianza significativa della presenza della gente Enotria, proveniente dal Vallo di Diano, tra il VI e la prima metà del V sec. a.C.
Pochi anni fa in località San Brancato di Tortora è stato rinvenuto un cippo in calcare locale con inciso un testo bustrofedico, che costituisce una rara testimonianza epigrafica legata al mondo indigeno. Il cippo documenta inoltre un avanzato livello di acculturazione che le genti indigene avevano raggiunto con quelle greche della Laos, fondata in questo territorio dagli esuli di Sibari.
Il terrazzo di San Brancato è anche noto per aver restituito una delle necropoli enotrie; sono stati inoltre individuati gruppi di sepolture arcaiche ad inumazione ed una sepoltura ad incinerazione.
La strada che conduce a Tortora è costeggiata a destra dalla collina detta Palecastro. Qui, sul pianoro sommitale, era presente una cinta muraria a doppia cortina con tre torri a pianta semicircolare; la fortificazione risale al IV-III secolo a.C.
Molti corredi sepolcrali degli inumati di ambo i sessi, e vari oggetti di produzione attica o di altre aree quali la Laconia o la Ionia, con forme tipiche del simposio di tradizione greca, sono esposti nel Museo comunale di Casapesenna nel cuore del centro storico di Tortora.
Il sito dell’antica città di Laos, scoperta sulla collina di S. Bartolo, coincide con l’attuale frazione di Marcellina di S. Maria del Cedro.
Lo storico Diodoro Siculo, racconta, in un noto passo, che sulle sponde del fiume Laos, i Lucani, che già abitavano l’omonima città, combatterono contro l’esercito greco di Thurii, colonia panellenica sorta sulla più antica Sibari. Anche Strabone e Plinio ricordano come quest’area fosse un confine tra il mondo lucano e quello brettio. La città presenta uno schema urbanistico analogo a quello di Thurii.
Oggi è possibile percorrere all’interno del Parco Archeologico un settore scavato nei decenni passati.
L’abitato è organizzato da una griglia ortogonale di strade larghe, con il fondo di battuto, sulle quali si dispongono edifici pubblici e privati, serviti da vie più strette. Fra gli edifici identificati, vi è quello nel quale è stata trovata attrezzatura necessaria per il conio di monete; questo edificio è da interpretarsi come sede istituzionale del governo della città e del territorio ad esso tributario ed è costituito da ampi locali e l’accesso dalla strada tramite una rampa, con il tetto decorato da antefisse a maschera silenica.
Gli zoccoli di fondazione dei muri definiscono il perimetro di alcuni vani delle abitazioni scavate, i resti di una fornace suggeriscono l’attività artigianale della cottura del vasellame, i magazzini per derrate o ancora, alcuni tratti della cinta muraria in scaglie di pietra nera e blocchi parallelepipedi messe in luce negli anni ’30, testimoniano che la città era popolata tra la seconda metà del IV secolo e la fine del III secolo a.C.
Il Parco Archeologico comunale ospita anche un Antiquarium, nel piccolo spazio espositivo di Torre Cimalonga a Scalea, che raccoglie una selezione di materiali da scavo che testimoniano la vita quotidiana dei lucani che vi abitarono.
Ricca di un eccezionale corredo è la tomba bisoma, messa in luce a Marcellina che offre un quadro delle usanze funerarie dei lucani nell’odierna Calabria. L’uomo che doveva essere di status sociale piuttosto elevato è caratterizzato da un’armatura in bronzo, schinieri, elmo e cinturone. Sempre al corredo maschile appartengono il vasellame a figure rosse per mescolare, versare e bere il vino, ricollegabile alla sfera del banchetto e del simposio; da aggiungere gli spiedi in ferro, tipici attrezzi utili alla cottura della carne.
La donna era invece stata sepolta corredata con oggetti relativi alla sfera della cosmesi e dell’ornamento personale: vasi utilizzati per contenere i belletti e i profumi, lo specchio in bronzo, gli aghi in osso per capelli ed utensili metallici per la toletta. Sono stati ritrovati anche forme ceramiche tipicamente femminili. All’intero corredo si aggiungano appliques fittili che ornavano le casse funebri e la laminetta bronzea con iscrizione in alfabeto greco e lingua osca, uno dei rari e importanti documenti epigrafici del mondo lucano (oggi conservato nel Museo Nazionale di Reggio Calabria).