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L'Oreficeria in Calabria

ARCHEOLOGIA E OREFICERIA

 

L’oro è il materiale per eccellenza del prezioso: la sua duttilità ne ha permesso da sempre la lavorazione e la sua rarità l’ha fatto considerare ornamento proprio del divino e del regale, testimonianza di lusso e di prestigio, ma non dobbiamo dimenticare che è anche un materiale archeologico di interesse storico, proprio come si considerano i manufatti in ceramica o in metalli. La diffusione degli ornamenti in materiali preziosi è indizio certo del livello economico, dei direzionamenti culturali, delle forme di auto-promozione e così via. Quando si può usufruire di dati di scavo accertati, i gioielli contribuiscono a chiarire le forme di ritualità, sia funerarie che votive, le differenze archeologiche tra i sessi e le classi d’età, particolarità nell’abbigliamento e nella decorazione del corpo.

La provenienza funeraria delle oreficerie attesta solamente il periodo finale d’uso degli ornamenti e non quello della produzione. Se oggetti di ornamento personale interpretabili come simboli di stato (ad es. corone, diademi e anelli) possono collegarsi direttamente al defunto, e quindi non mettere in dubbio il loro collegamento con la deposizione nella quale sono stati ritrovati, è possibile che per altri oggetti ai quali si attribuiva in antico un valore diverso, ci sia una situazione differente e intercorre tra la produzione e la sepoltura un periodo maggiore.
In assoluto i più antichi gioielli in oro ad oggi conosciuti dell’Italia meridionale peninsulare sono stati rinvenuti sulla costa tirrenica della Calabria. Si tratta di armille in filo d’oro, da Oppido Mamertina, e di spirali a grani cilindrici, in filo d’oro a Drapia-Torre Galli; e su quella adriatica della Puglia e si tratta di un braccialetto in filo d’oro, da Arpi.

Questi ritrovamenti ripetono forme documentate anche in bronzo e da ciò ne risulta che il metallo adoperato, non ha influito sulla produzione, già diffusa durante l’ Età del Ferro, di tali ornamenti, anche se l’introduzione dell’oro nei rispettivi contesti culturali è avvenuta dall’esterno.
Escludendo alcune zone campane e lucane, le zone di rinvenimento non corrispondono con esattezza alle successive localizzazioni di colonie greche.

L’oro greco, è stato introdotto in Italia meridionale dai Greci, nei loro rapporti di scambio sia con l’esterno che con le residue comunità indigene dell’interno.

Le maggiori produzioni di gioielli, provengono sicuramente dalle botteghe orafe di Taranto che ha restituito elaborati gioielli, fra i quali un diadema in argento che mostra distintive particolarità compositive che dimostra l’autonoma ispirazione degli orafi tarantini.

Da Sibari proviene un pettorale, in lamina d’argento dorata, decorato a sbalzo con motivi di palmette e fiori di loto: l’ornamento decorava una veste, probabilmente rituale a giudicare dalle ricostruite condizioni di seppellimento. Lo stile con il quale sono tracciati gli elementi decorativi non permette sicure precisazioni circa la localizzazione della bottega che ha prodotto il pettorale ma si può tuttavia supporre che fosse localizzata a Sibari.

Altri gioielli provengono da Gizzeria e appartengono al “Tesoro di Sant’Eufemia”.
Presso Amendolara e Francavilla Marittima si sono effettuati dei ritrovamenti di ulteriori gioielli, per lo più in argento, che sembra legittimo riportare ad una sfera di rapporti che vedeva unite la colonia achea e questi insediamenti “satelliti”.

Dal Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna, Crotone, grazie al ritrovamento del Tesoro di Hera Lacinia, ci sono pervenuti tra i  doni della dea, alcuni oggetti considerati come veri capolavori unici come il diadema, costituito da una fascia in lamina d’oro (cm 37,5 x 4,9), su cui si sviluppa la decorazione a metallo battuto, definita a bulino.

La natura della documentazione archeologica di prodotti di oreficeria è caratterizzata purtroppo, dalla sporadicità e lacunosità, sia per quanto riguarda la distribuzione geografica, sia per la cronologia assoluta. Tra le cause sono da menzionare non solo l’aver sottovalutato l’uso dei gioielli come tessera utile alla ricerca storica, ma anche per ignoranza o brama di ricchezza, i numerosi saccheggi antichi nei santuari e nelle tombe. A tutto ciò si aggiunge il commercio, più o meno clandestino, che ha portato allo smembramento di contesti, escludendo la possibilità di capire le provenienza.

 

BIBLIOGRAFIA
A.A.V.V., L’Oro dei Greci, Istituto geografico De Agostini, Novara 1992.
A.A.V.V., Il tesoro di Hera Lacinia (scoperte nel Santuario di Hera Lacinia a Capo Colonna, Crotone), catalogo della mostra, Crotone, Palazzo Morelli, Luglio-Settembre 1993, Milano 1993.
Pugliese Carratelli G. ( a cura di), I Greci in Occidente, Bompiani; pp. 471-480.
Guzzo P. G., Oreficerie dalla Magna Grecia, La Colomba, Taranto 1993.

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