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L'Olivicoltura in Calabria

ARCHEOLOGIA E OLIVICOLTURA

 

Tra le colture arboree più frequenti in Italia come in Grecia vi era l’ulivo, in realtà però come albero fruttifero fu conosciuto e piantato in Calabria, molto tempo prima della colonizzazione greca sulle coste ioniche e tirreniche.

I Greci ebbero il merito di portare l’olivicoltura ai massimi livelli di organizzazione, espansione e diffusione non solo nelle fiorenti colonie ioniche e tirreniche, ma in tutta l’area del Mediterraneo.
Per quanto riguarda i metodi della lavorazione della terra, dovevano essere uguali a quelli in uso in Grecia, rimasti peraltro tradizionali e immutati fino ai nostri giorni. Le rappresentazioni figurate di attrezzi, aratri, strumenti da lavoro come ad esempio le falci, rinvenuti nel corso di scavi di fattorie (come ad Eraclea), mostrano la continuità ininterrotta dei metodi e delle tecniche di coltivazione delle terre dal mondo greco a quello romano, nelle aree centrali e in quelle periferiche.

Tali notizie sono attestate da una vasta documentazione storica e archeologica, preziosa per farci comprendere il nuovo regime fondiario attivato dai Greci in Italia, basato sulle suddivisioni in lotti di terreni utili alla coltivazione e sul principio che i beni fondiari dovevano restare in famiglia.
Queste normative si possono rilevare nelle due tavole bronzee di Eraclea, trovate nel castello baronale di Policoro, in quelle parti che si riferiscono alle proprietà delle terre dei templi di Dionisio ed Atena, di cui si erano illegalmente appropriati nel corso del tempo, alcuni privati non identificati. Grazie alle due epigrafi greche, non solo si documenta la nuova sistemazione delle proprietà ma abbiamo riferimenti precisi in merito agli obblighi a cui dovevano attenersi gli affittuari.

Gli affittuari del terreno situato lungo la strada vicinale che conduceva sopra Pandosia (terreno sibarite), a fianco della proprietà di Ercole sino alla via larga trenta piedi (un piede equivale a circa 927 metri) dovevano piantare non meno di 10 scheni (uno scheno sono 60 stadi, che corrisponde ad un ettaro circa) a viti e nella terra alta piante di olivo, almeno quattro per ogni scheno.
Sia per gli alberi da frutta che per quelli di ulivo, bisognava scavare intorno ad ogni albero delle buche e al momento opportuno praticare delle potature, quando per vecchiaia o per azione del vento qualcuno degli alberi cadeva, si doveva sostituire con un uguale numero di alberi, ponendoli in corrispondenza agli alberi già esistenti. Si fa anche menzione di sistemi di irrigazione collettiva, il che presupponeva una efficiente organizzazione centralizzata, a gestione evidentemente pubblica.

Se un affittuario disobbediva alle regole prescritte dalle apposite convenzioni, doveva rendere conto ai “Polienomi”, dieci cittadini eletti dal popolo, con incarico annuale; se questi a loro volta non vigilavano a dovere secondo il principio della responsabilità del magistrato, diventavano colpevoli di “incuria vigilando”.

Nella convenzione veniva ribadito che tutti gli alberi dovevano essere piantati e vivi nello stesso numero, dopo quindici anni da quello successivo all’eforato di Aristione.
Qualora le piantagioni non fossero state portate a coltura secondo le norme prescritte, gli affittuari erano condannati a pagare una multa: di dieci monete d’argento per ogni albero di olivo mancante e di dieci mine d’argento per ogni vite.

Nessuno poteva tagliare, segare, vendere o bruciare alcun albero né per sé né per altri. Questa regola la ritroviamo nella legislazione greca di Solone a testimoniare la grande considerazione che aveva la pianta d’olivo. Il suo culto era tale che le olive venivano raccolte solo da “uomini puri”, cioè da coloro che prima della raccolta prestavano giuramento di fedeltà ed onestà; in Cilicia, addirittura la raccolta veniva effettuata da fanciulle vergini, perché secondo la superstizione si credeva che l’estrazione dell’olio sarebbe stata più abbondante.

Dopo Solone, Pisistrato, tiranno preferito e protetto dalla dea Minerva, intensificò il valore dell’ulivo tanto che assunse un significato simbolico, che rimane ancora oggi attuale. Con esso, infatti, si raffigurava la Pace, il Trionfo, e Minerva che essendo dea tutrice dell’ulivo, era considerata l’origine della Sapienza, dell’Arte e dell’Industria.

Vennero attribuiti alla pianta poteri fecondanti e taumaturgici.  Per questo Ulisse scelse di costruire il talamo nuziale intorno ad un albero di ulivo (Omero, Odissea, libro XXIII); le statue di Damnia e Auxeria furono fabbricate con legno di ulivo e i sommi sacerdoti quando imploravano per la cessazione di pestilenze ed epidemie, bruciavano foglie e tronchi di ulivo.

Con l’età di Pericle, l’olivicoltura raggiunse il periodo più fiorente e il suo commercio si intensificò, spostandosi in modo particolare nelle fertili colonie dello Ionio e del Tirreno. Si trovava in abbondanza sulle colline circostanti la città di Taranto, nel Salento e ad Eraclea.

L’olio divenne il primo prodotto alimentare destinato al consumo ed al commercio e contribuì ad accrescere enormemente i flussi economici della Grecia. Tutto ciò accrebbe di conseguenza altri settori come quello della ceramica, con la costruzione delle giare che servivano per contenerlo, e lo sviluppo del commercio mercantile per il suo trasporto oltremare.

In questo contesto un ruolo determinante lo hanno svolto le realtà olivicole nelle colonie calabresi che oltre ad essere state le maggiori produttrici di olio nel Mediterraneo, furono anche quelle che si distinsero per l’ottima qualità degli oli e per il monopolio esercitato su tutto il commercio oleario.

Famosi sono stati gli oli di Medma, di Terina, di Caulonia, di Locri e di Crotone (Amphis, poeta comico del IV secolo, cita in un frammento  l’olio d’oliva di Thurii, territorio di Sibari) luoghi dove le fattorie olivicole erano altamente specializzate. Gli scavi archeologici compiuti nei territori di Crotone e di Sibari, hanno riportato alla luce numerosi vasi databili al IV e al III sec.

a. C., contenenti semi di diversa natura. Il predominio colturale dell’ulivo si è confermato su quello del grano, dell’orzo e dell’uva, grazie al cospicuo numero di semi d’ulivo ritrovati.
 

BIBLIOGRAFIA
P. Gullo, Il talamo di Ulisse. Tratti di storia dell’olivicoltura nel Mediterraneo Occidentale, Rubbettino editore 2000; pp. 25-28.

Pugliese Caratelli G. (a cura di), Megale Hellas. Storia e civiltà della Magna Grecia, Milano 1983; pp. 672-713.

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