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La Gastronomia in Calabria

ARCHEOLOGIA E GASTRONOMIA

 

L’alimentazione dei Greci è un aspetto che suscita curiosità presso i moderni, e oggi, grazie all’analisi delle fonti letterarie, alle rappresentazioni vascolari e alle pitture tombali, possiamo disporre di notizie per la ricostruzione delle abitudini culinarie dei Greci.
Dall’analisi dei testi, in particolare, si evince che i pasti erano frugali e preparati dalla padrona di casa o dalle schiave. Per quanto riguarda le cotture dei cibi, avvenivano all’esterno delle abitazioni, nei cortili. Solo dal IV sec. a.C. compaiono le figure di cuochi e pasticceri specializzati.
Il banchetto è una delle raffigurazioni più presenti nei vasi e sui monumenti funebri.
I pasti avvenivano tre volte al giorno: la colazione (akràtisma), il pranzo (àriston), la cena (déipnon), e tutte e tre prevedevano il consumo di focacce d’orzo e formaggi.

Il banchetto veniva organizzato in diverse occasioni: matrimoni, celebrazioni religiose o anche solo per trascorrere del tempo con amici. Il rito del banchetto era riservato solo agli uomini, le uniche donne ammesse erano le danzatrici, le suonatrici di flauto o le etere. Grazie alle pitture vascolari possiamo ricostruire la disposizione dei convitati durante il banchetto; la sala era adorna di corone, nastri e talvolta di maschere teatrali appese alle pareti. I convitati dopo essersi liberati dai mantelli e dalle scarpe si disponevano semisdraiati  sui letti tricliniari (klinai) e si lavavano le mani in dei recipienti d’acqua portati dai servi.

Nel corso della  cena vera e propria i cibi erano già tagliati e sistemati su piccoli e bassi tavolini (trapezai) e venivano consumati con le mani.

Durante i banchetti era modica la quantità di vino che accompagnava la consumazione dei cibi mentre, al termine del pasto iniziava il cosiddetto  sympòsion, che poteva durare fino all’alba, caratterizzato dal consumo di vino, cibi piccanti, spezie e frutta esotica.

Il simposiarca che solitamente veniva eletto ai dadi, era colui che  stabiliva  le norme che avrebbero regolato la festa, come quella delle proporzioni del vino o il numero delle coppe che sarebbe toccato a ciascun commensale. Quando non vi era un padrone di casa ma si trattava di una semplice riunione di amici, ogni convitato portava un canestro (spyrìs) con cibi già pronti: erano banchetti chiamati pasti alla cesta (apò spyrìdos), infatti nelle rappresentazioni vascolari, queste scene sono caratterizzate dalla presenza di sporte in vimini appese alle pareti.
Musica, canti, giochi e discussioni su argomenti di vario genere accompagnavano lo svolgimento dei banchetti.

L’alimento più diffuso era il pesce soprattutto nelle città di mare; l’attività della pesca è testimoniata dal rinvenimento di ami in bronzo di varie misure e di altri attrezzi che servivano per la riparazione delle reti. Il consumo di molluschi è ampiamente attestato dal rinvenimento di conchiglie negli abitati; emblematico è il caso di Locri dove è stato rinvenuto uno scarico di conchiglie di molluschi, alcune delle quali addirittura attaccate al fondo di una pentola.
La carne era invece consumata più raramente, ed era un alimento che solo i ricchi potevano permettersi. Il bestiame allevato soprattutto per scopo agricolo, forniva però latte e prodotti caseari.
I prodotti più consumati erano quelli della terra: ortaggi, frutta, mandorle, noci e i legumi. Le leguminose erano molto importanti per l’alimentazione dei Greci perché apportavano le proteine al posto della carne che non tutti potevano mangiare. Nel territorio di Crotone, erano coltivate cinque specie di legumi e le fave erano citate nelle iscrizioni locresi. Lo scavo dell’abitato di Locri ha rilevato la presenza di pentole profonde con anse e coperchi per la cottura dei legumi. Si trattava di vasellame d’argilla, particolarmente resistente al calore, adatto perciò alla cottura prolungata che richiedono i legumi.

Per quanto riguarda la frutta, era usata secondo le fonti archeologiche e storiche, durante i pasti quotidiani, nelle cerimonie sacre e nei riti funebri. I frutti maggiormente consumati erano: fichi, mele, pere, melograni, e uva. Meno diffusi erano i datteri, pistacchi, papaveri e pinoli. I pinakes locresi raffigurano offerenti con piatti o cesti pieni di frutta. Famoso è il tipo di pinax con figura femminile che raccoglie, in presenza della dea Persefone, melograni da un albero di frutta.

Tra gli ortaggi, invece, era diffusa la coltivazione del cavolo (caule).

Il nutrimento più usuale doveva essere una specie di polenta, o anche la focaccia a base di orzo o di farro, impastata con acqua, con vino, con olio o con miele a seconda delle possibilità e delle circostanze, accompagnata come companatico, da verdure o legumi, bulbi, radici o anche da olive, formaggio e fichi per lo più secchi.

Nel corso del banchetto si consumava la carne soprattutto tritata o sotto forma di salsiccia specialmente nella piana di Sibari e le fonti ci tramandono che i banchetti dei Sibariti erano i più lunghi e i più prelibati.

Non mancavano le pietanze elaborate, come il  kàndaulos, una specie di polpettone, originario della Lidia ma ancora oggi tipico della Grecia e dell’Italia meridionale, a base di carne bollita, briciole di pane, formaggio frigio, anice e brodo grasso.

L’uso dei formaggi era strettamente legato a quello del miele, unico dolcificante a disposizione dei greci. Veniva spesso adoperato come salsa-condimento del formaggio, o come ingrediente di un pasticcio dolce.

I dolci oltre che come pasto, costituivano un elemento religioso ed erano legati a cerimonie religiose, festività familiari o pubbliche. Allora, come ora, potevano avere forme diverse a seconda dell’occasione. Di alcuni dolci conosciamo anche i nomi e gli ingredienti: la pyramìs, di forma conica era fatta di frumento arrostito e sesamo, legati con il miele; il plakus, di forma bassa e tondeggiante, come le nostre torte, era a base di farina, noci, pistacchi e datteri.

La suppellettile da tavola era normalmente in terracotta e spesso era decorata. I recipienti differivano per forma e grandezza a seconda di ciò che dovevano contenere: piatti caratteristici erano quelli da pesce, con raffigurazioni di pesci, crostacei e molluschi disposti in cerchio attorno ad una fossetta centrale destinata forse a contenere il condimento. Le coppe per bere il vino erano anch’esse di forme diverse kylides o gli skyphos; poi vi erano le coppe per versare il vino  oinochòai, per conservare o mescolare il vino (anfore e crateri). Solo i più ricchi potevano permettersi servizi da tavola in metallo a volte prezioso. Non esistevano tovaglie, tovaglioli e posate. Diversi esemplari di vasi da banchetto provenienti dalla necropoli di Locri, sono esposti nel Museo Nazionale di Reggio Calabria e si tratta per lo più di ceramica di importazione pregiata e costosa.

 

BIBLIOGRAFIA
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