ARCHEOLOGIA E CERAMICA
La produzione della ceramica, soprattutto quella utile per le necessità quotidiane della vita, risale agli inizi della colonizzazione. L’argilla, che è il materiale principale, era reperibile in molte località e con molta facilità si plasmava e si cuoceva poi nei forni.
Con la seconda metà del V secolo, inizia la grande produzione della ceramica di maggior pregio, cioè quella figurata. Ciò avvenne in seguito alla diminuzione dell’importazione di vasi attici, causata dalla crisi di Atene per la disastrosa avventura in Sicilia. Si diffondono perciò, gradualmente, i prodotti delle officine locali, che imitano quelli attici o si ispirano ad essi, sia nella decorazione che nelle forme.
Nelle stesse officine di vasai la produzione di statuette in terracotta era molto diffusa sia per il modesto prezzo della materia prima e sia per la facilità di una lavorazione in serie, cosicché erano soprattutto utilizzate come offerte votive a divinità nei santuari, o ai defunti nelle tombe o come oggetti di ornamento domestico.
In Calabria, una cospicua produzione di ceramica locale proviene da Locri Epizefiri, dove la presenza delle fornaci ne attesta una fervida attività. Dalla località Centocamere provengono ceramiche di uso comune, che costituisce la classe più frequente di ogni scavo di abitato.
Si tratta di vasellame acromo e privo di vernice, usato principalmente per cuocere e conservare cibi e bevande come le anforette da tavola o le brocche per versare, proprio la loro funzione utilitaria spiega l’assenza di decorazioni che avrebbero reso più complessa e costosa la lavorazione; il loro uso quotidiano, infatti li rendeva soggetti a urti e fratture, con conseguenti esigenze di sostituzioni.
Il vasellame da fuoco, usato per la cottura dei cibi, richiedeva un impasto mescolato con grossi dosi di sabbia e altri sgrassanti, che assume un colore bruno-rossastro. Questo impasto lo rende resistente al fuoco e distribuisce uniformemente il calore. Alcuni tipi di pentole profonde e le numerose casseruole larghe e basse hanno orli dal profilo molto elaborato, con una sporgenza interna per sostenere il coperchio: servivano per la cottura dello stufato. Le casseruole basse senza coperchio servivano invece per friggere o abbrustolire i cibi.
La ceramica comune usata a Locri è quasi tutta prodotta da officine ceramiche del posto, in forme spesso analoghe a quelle realizzate in altri centri.
Nella prima metà del V secolo a.C., tra i vasi per bere sono numerose le coppe skiphoidi, con orlo a gola e piede ad anello massiccio, e gli skiphoi, sia con piede ad anello massiccio che con anello profilato. Tra le paterette, piccole e basse coppette prive di anse, probabilmente adibite a contenere salse di pesce.
Le grandi anfore, invece, servivano da contenitori per trasportare e conservare derrate alimentari liquide e anche solide (vino, olio, grano, cibi in salamoia, ecc.), avevano la capacità media variabile di 15-20 litri; la loro forma era generalmente allungata e strozzata all’imboccatura e alla base. Queste erano realizzate con argilla mescolata a minerali, per rendere più compatta la superficie, nel caso del trasporto del vino le pareti interne delle anfore presentano una copertura nera detta "impecitura", ottenuta con resine vegetali che, secondo alcuni serviva a renderle impermeabili, secondo altri ad aromatizzare il vino. A causa delle grandi dimensioni del contenitore, il collo, le anse e la spalla e spesso anche il puntale venivano torniti a parte e poi uniti al corpo dell’anfora prima della cottura.
Le anfore commerciali greche e in genere, erano dotate in basso da un puntale, che serviva per essere infilato nella sabbia sul fondo della stiva delle navi da trasporto. La chiusura delle anfore avveniva con dischi di terracotta torniti a parte e sigillati con malta, resina o pece.
Questi tipi di anfore erano molto robuste anche perché erano modellate con un impasto di argilla non troppo depurata, alla quale veniva mescolata della sabbia per renderla più resistente.
Generalmente sulla spalla, sul collo o sulle anse delle anfore di età greca, più raramente sull’orlo o verso il fondo, sono presenti iscrizioni graffite, e non mancano simboli (cerchietti, palmette, clave, tridenti, rosette ecc.) entro cartigli, oppure iscrizioni incise sull’argilla prima della cottura. Tali bolli anforari fornivano indicazioni importanti per il riconoscimento del prodotto, del contenuto e della località di provenienza.
Attestazioni di anfore magno-greche si hanno contemporaneamente a Sibari-Thurii, Tindari, Taranto, Corfù e Gela.
Le anfore più frequenti a Centocamere, relativamente al V secolo, sono del tipo con collo rigonfio ristretto alla base, e orlo estremamente arrotondato.
La ceramica a figure nere e a figure rosse, è abbastanza abbondante a Locri, proveniente soprattutto nella necropoli di Lucifero. Il deposito sacro della Mannella è celebre soprattutto per il rinvenimento dei pinakes, quadretti votivi in terracotta a bassorilievo, prodotti in serie da matrici e poi dipinti a vari colori, di cui restano tracce solo in pochi esemplari. Essi sono decorati con scene del mito e del culto di Persefone, la dea-fanciulla che, insieme alla madre Demetra, presiedeva alla coltivazione dei cereali e alla fertilità della natura.
CLASSIFICAZIONE DELLE FORME DI CERAMICA USATE NEL SIMPOSIO
Cratere
(da Kerannymi, “mescolo”, termine già utilizzato da Omero). Vaso dalla larga imboccatura in cui rimescolavano acqua e vino per il simposio. Quattro sono le forme note: “a calice”, “a campana”, “a volute”, e “a colonnette”. Tra queste il tipo “a calice” si sviluppa particolarmente nella seconda metà del IV secolo a.C., età d’oro per il simposio.
Stammos
Vaso utilizzato come cratere per miscelare vino e acqua, ma dall’imboccatura più stretta e dotato di coperchio (utilizzato per il culto di Dionisio).
Anfora
Il nome ha il significato di “portare da ambo le parti” (ammphi, “ambo le parti”, e phero, “porto”). E’ il vaso greco più noto. E’ provvista di un coperchio ed è utilizzata per la conservazione di derrate. La forma più nota è quella a collo separato e distinto dal corpo.
Pelike
Forma particolare di anfora dal collo separato dal piede largo senza coperchio.
Hydria
Vaso per acqua con tre manici, due orizzontali per sollevare ed il terzo, verticale, per versare con meno fatica l’acqua.
Kalpis
E’ la variante globulare dell’hydria e compare alla fine del VI secolo a.C.
Psykter
Il nome deriva da psychoor, “rinfresco”. E’ un vaso a forma di fungo per conservare fresco il vino non ancora mescolato all’acqua. Solitamente viene usato nel cratere a calice. Nell’intercapedine conteneva neve o acqua refrigerata.
Kylix
E’ la forma potoria per eccellenza, si distingue per il labbro separato dalla vasca. Si trova spesso decorata con figure nere o rosse per intero o con figure più piccole sul labbro o nella fascia centrale.
Oinochoe
Da oinos, “vino”, e cheo, “verso”. Brocca con bocca rotonda o trilobata e ansa, per contenere vino.
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A.A.V.V. ,…ma tu ora resta seduto a bere il vino scintillante… Momenti di storia del Vino dal Mondo di Omero al Medioevo, catalogo della mostra, Museo Archeologico Lamentino, Lamezia Terme 2004. pp.20-38.