PAPASIDERO - GROTTA DEL ROMITO
Nelle fasi di passaggio del Paleolitico Superiore si assiste ad un graduale cambiamento nel quadro del popolamento costiero di età preistorica. Il progressivo raffreddamento della superficie terrestre e l’innalzamento del livello del mare costringono gli antichi frequentatori dei ripari più vicini alla costa a stabilirsi in cavità naturali più interne e più sicure.
Lungo la vallata del fiume Lao, a circa 25 Km dalla foce attuale, è situata l’importante stazione paleo-mesolitica del Romito di Papasidero. Abitata dall’uomo fin dal Paleolitico Superiore (gli strumenti litici più antichi sono datati a circa 18.000 anni fa) sarà costantemente frequentata durante tutte la fasi del Paleolitico come illustra la successione stratigrafica visibile all’interno della grotta. Il complesso di Papasidero è costituito da due ambienti che oggi appaiono distinti, la grotta ed il riparo ma che, al momento della frequentazione paleolitica, facevano parte di un unico spazio di abitazione.
Dopo un periodo di abbandono, il sito verrà ripopolato nel corso del Neolitico Medio e Recente quando diviene un vero e proprio punto di passaggio obbligato per i mercanti di ossidiana lungo la via istmica che, estendendosi lungo la fascia Nord del territorio calabrese, collegava la piana di Scalea sul versante tirrenico alla piana di Sibari sulla costa ionica.
Nella Grotta del Romito sono venuti alla luce pregevoli testimonianze artistiche, segno di una frequentazione umana ascrivibile al Paleolitico Superiore. Alle estremità opposte del riparo si trovano due grandi massi incisi. Quello della parte orientale è inciso con semplici segmenti rettilinei e curvilinei che si intersecano fra loro. Sul grande masso all’estremità occidentale campeggia una delle rappresentazioni graffite più antiche del mondo, la superba figura di un toro ( lunga circa 1,20 metri), raffigurante il cosiddetto Bos Primigenus. Al di sotto del grande toro, tra le zampe, è inciso il profilo, pressoché completo, di un simile animale di dimensioni minori. Un’altra piccola testa di bue, con le corna in avanti, è stata identificata più in basso. Poiché anche in questo caso si osservano piccole linee incise che tagliano il corpo dei tre animali si potrebbe attribuire a questi segni un valore simbolico connesso alle ferite di caccia e all’uccisione dell’animale.
Al momento del rinvenimento le incisioni dei tori furono datate tra 11.000 e 10.500 anni fa, ma recenti studi invitano a collocarle, sulla base di confronti stilistici con altre rappresentazioni naturalistiche siciliane coeve, in un fase non avanzata dell’Epigravettiano finale.
La rappresentazione dei bovidi, insieme ai numerosissimi resti ossei rinvenuti nella grotta (tra i quali due zagaglie in osso decorate) ed appartenenti alla stessa specie, induce a pensare che questo animale abbia rivestito un forte valore simbolico per la comunità qui insediatasi.
La disposizione delle due coppie di sepolture, venute alla luce intorno al masso con la figura del grande bovino, sembra accentuare il valore totemico del toro di Papasidero cui si riferiscono anche le corna deposte come offerte funerarie in una tomba.
Le nuove ricerche in corso (2001-2002) hanno aggiunto due inumazioni singole in fosse datate alla fase epigravettiana. La sepoltura denominata “Romito 7”, relativa ad un giovane individuo di sesso maschile e risalente a circa 12.000 anni fa, si è rivelata particolarmente interessante in quanto la struttura funeraria consiste in un piccolo tumulo. Sopra il corpo e sul cranio del defunto, posto supino e con le mani raccolte sul pube, erano deposti blocchi calcarei di diverse dimensioni; anche sopra la fossa è stato rinvenuto un ulteriore blocco forse con valore di segnacolo. Questo tipo di deposizione potrebbe avere avuto una valenza rituale, ma anche solo una semplice funzione protettiva per riparare il defunto dalla minacce dei carnivori.