SIBARI E TURI
La più antica fra le città greche ad essere fondata sul mare Ionio fu Sibari. La data della sua fondazione è fornita dallo Pseudo-Scimno, che la ricava da Eforo, sulla base della durata della sua vita che fu di duecentodieci anni: dal momento che la città venne distrutta nel 510 a.C., essa sarebbe stata fondata nel 720 a.C. La nascita di Sibari precede di pochi anni quella di Crotone, come si evince dal racconto di Strabone, che si rifà esplicitamente ad Antioco. I fondatori di Sibari provengono dall’Acaia, nel Peloponneso, precisamente dalla città di Elice, ed erano guidati dall’ecista Is, sulla base di alcune monete del VI secolo di Poseidonia, colonia sibaritica sulla costa tirrenica. Agli Achei, secondo Aristotele, si sarebbero aggiunti anche dei Trezeni, che poi sarebbero stati scacciati dagli Achei divenuti più numerosi; notizia confermata da Solino, che attribuisce la fondazione di Sibari ai Trezeni e a un certo Sagari, figlio del locrese Aiace. La città venne fondata fra le foci di due fiumi, il Crati ed il Sybaris (attuale Coscile), in una pianura assai fertile per il sapiente sfruttamento delle acque dei due fiumi. Sulla fine del VII sec. a.C. Sibari avrebbe fondato Poseidonia (Paestum); più recente dovette essere la creazione delle più meridionali basi tirreniche di Lao e Scidro; sarebbero ricadute sotto la sfera d’influenza sibarita anche Pandosia, a mezza strada fra Sibari e Temesa, Pissunte e la vicina Sirino, poste nella via naturale che dal fiume Sibari conduce al Silari attraverso il vallo di Diano. Secondo il racconto di Trogo-Giustino, in sostanziale accordo con Sibari e Diodoro, intorno alla seconda metà del VI sec. a.C., le tre città achee di Metaponto, Sibari e Crotone, decisero di cacciare dall’Italia gli altri Greci, quelli cioè non appartenenti al loro stesso ceppo etnico, prendendo Siri e compiendovi una strage sacrilega. A seguito della conquista di Siri, Sibari ne uscì rafforzata estendendo il proprio dominio sulla Siritide; espressione della grande prosperità economica raggiunta da Sibari intorno alla metà del VI sec. a.C., fu l’inizio delle emissioni monetarie con impressa la figura di un robusto toro retrospiciente. Verso il 520 a.C., nel contrasto interno a Sibari fra l’aristocrazia e il popolo, aveva preso il potere con un colpo di stato un certo Teli, che mandò in esilio i cinquecento cittadini più ricchi e confiscò le loro terre. Gli esuli erano stati accolti da Crotone, ma Teli ne pretese presto la consegna; i Crotoniati, su influenza di Pitagora, decisero di respingere la richiesta del tiranno e di affrontare la guerra. Lo scontro decisivo avvenne nel 510 a.C. presso il fiume Traente: le fonti indicano nel cedimento della numerosa cavalleria sibaritica la causa della sconfitta della città, nella quale scoppiò una rivolta civile con l’eliminazione violenta di Teli e dei suoi sostenitori. Nel 476 a.C. i Sibariti, nel tentativo di ricostruire la loro città e di riprendere possesso delle loro terre, chiesero aiuto a Ierone, tiranno di Siracusa, che organizzò una spedizione militare affidandone il comando al fratello Polizalo. Non sappiamo, però, se tale richiesta di intervento siracusano abbia avuto luogo realmente; ma questo primo tentativo dei Sibariti di ricostituirsi in comunità indipendente fallì. Solo nel 453 a.C. i Sibariti riuscirono a rifondare una nuova Sibari, per iniziativa di un certo Tessalo e con l’aiuto di Poseidonia e di Lao. Tuttavia, a distanza di un quinquennio, la nuova Sibari venne attaccata e distrutta dalle truppe crotoniati. Nel ritentare l’impresa di rifondare la città, i Sibariti chiesero allora aiuto agli Spartani e agli Ateniesi: i primi non risposero all’appello, mentre i secondi inviarono dieci navi sotto il comando di Lampone e Senocrito. Nel 446/5 a.C. fu ricostituita, così, per la terza volta, Sibari: Aristotele narra che presto sorsero in essa contrasti fra i nuovi coloni e i Sibariti, che pretendevano privilegi politici e religiosi; i nuovi coloni cacciarono i meno numerosi avversari, i quali, costretti ancora una volta ad espatriare, fondarono per la quarta volta una nuova città, detta Sibari sul Traente dal nome del vicino fiume. Sul sito dell’antica Sibari, invece, venne fondata nel 444/3 a.C. una nuova colonia panellenica, alla quale si cambiò il nome in Turi, derivato da quella di una fonte: stando alle fonti, il sito era stato scelto su indicazione dell’oracolo delfico che aveva menzionato un luogo dove i coloni potessero risiedere “bevendo acqua con misura e mangiando pane senza misura”. Agli Ateniesi si aggiunsero i cittadini di molte altre città del Peloponneso e del resto della Grecia, tramite un bando panellenico voluto da Pericle per adeguare il numero degli abitanti alla potenzialità ricettiva dell’ampio territorio e alle sue urgenti necessità di difesa. I cittadini furono divisi in dieci tribù, in base ai nomi presi dall’etnico dei coloni; tutti i coloni godevano degli stessi diritti politici e, sul piano economico, ad essi vennero assegnati lotti uguali. L’impianto urbano di questa nuova città venne affidato al famoso architetto Ippodamo di Mileto, ed esso viene descritto da Diodoro: Turi venne divisa in quattro platèiai nel senso della lunghezza e in tre nel senso della larghezza. Sotto l’anno 444/3, poco dopo quindi la sua fondazione, Diodoro colloca l’inizio della guerra decennale fra i Turini e i Tarantini, i quali aspiravano ad estendere il loro dominio sulla Siritide. La guerra si concluse con un accordo fra le due città per una comune deduzione coloniale nel territorio conteso; in seguito i Tarantini cambiarono il sito e il nome della città, che cambiarono in Eraclea. Giamblico riferisce di una guerra, non esattamente collocabile nel tempo, mossa da Turi a Crotone: i sessanta pitagorici crotoniati in esilio, ritornati in patria per intervento degli Achei, sarebbero tutti morti combattendo contro i Turini invasori. In occasione della grande spedizione ateniese contro Siracusa, nel 415, Diodoro ricorda un’accoglienza benevola da parte dei Turini; quando, nel 413, gli Ateniesi inviarono una spedizione navale di rinforzo, Turi fornì mille uomini e permise all’esercito ateniese, sbarcato, di attraversare il proprio territorio. Polibio racconta che, in seguito alle stragi e ai disordini politici interni per la rivolta antipitagorica di metà V secolo, le città italiote decisero di riporre la loro fiducia nelle offerte di mediazione degli Achei. Crotone, Caulonia e Sibari (sul Traente) avrebbero dato vita alla Lega achea di Magna Grecia; Lega che poi, sotto l’anno 393 a.C., si sarebbe ampliata in Lega italiota, voluta dagli Italioti per difendersi dalla duplice minaccia rappresentata dall’avanzata dei Lucani e dalla politica espansionistica del tiranno siracusano Dionisio I, secondo il racconto di Diodoro. Ne dovette far parte allora anche Turi, che già da tempo subiva la pressione lucana. Diodoro narra che, nel 390 a.C., Dionisio I strinse alleanza con i Lucani, i quali, nella primavera del 389, attaccarono i Turini che, con più di quattordicimila fanti e mille cavalieri, si lanciarono all’inseguimento degli avversari fino a Lao, dove caddero in un’imboscata. Leptine, fratello del tiranno Dionisio I, si sarebbe fatto poi mediatore di una pace fra i Lucani e i Turini superstiti. Strabone riferisce che Turi sarebbe stata “resa schiava dai Lucani” e che successivamente, grazie all’intervento dei Tarantini, sarebbe stata liberata ed avrebbe riacquistato l’indipendenza, probabilmente quando alla guida della Lega italiota c’era il tarantino Archita. Plutarco narra che Turi, nel 344 a.C., si trovava in guerra con i Brettii e poteva contare sulla protezione di duemila opliti e duecento cavalieri inviati da Corinto a portare aiuto a Timoleonte, ma costretti a fermarsi a Turi perché la flotta cartaginese li aveva intercettati. La colonia sarebbe stata poi liberata da Alessandro il Molosso nel 332 a.C.: Strabone ricorda che il re aveva progettato addirittura, per odio verso i Tarantini, di trasferire nella Turiade l’assemblea generale della Lega italiota che si teneve ad Eraclea. Nel 282 a.C. Roma inviò a Turi, che ne aveva richiesto l’intervento per essere difesa dagli attacchi congiunti dei Lucani e Brettii, un esercito guidato dal console C. Fabrizio Luscino che liberò Turi e vi pose un presidio romano. I Tarantini organizzarono allora una spedizione contro Turi e costrinsero il presidio romano a ritirarsi. La colonia finì in soggezione del figlio del re Cleomeme II di Sparta, Cleonimo, inviato in Italia meridionale a difesa di Taranto; poi fu saccheggiata ad opera di Annibale, di cui era alleata. Alla fine della guerra punica, di Turi non restavano altro che macerie e morti. Nel 194 Roma decise di installarvi una colonia militare, cambiando anche il nome in Copia, e nell’89 a.C. divenne un municipium. Nel 72 a.C. ci fu la presa di Copia da parte di Spartaco e, successivamente, l’agro turino fu soggetto ad una serie di saccheggi attuati dagli ultimi sbandati. Nel 40 a.C. è datato l’assedio delle truppe di Sesto Pompeo; ma esso fu brevissimo e non ebbe conseguenze. Durante l’età augustea si registra a Copia un’intensa attività di rinnovamento edilizio, sia degli edifici pubblici che religiosi: entrambi furono poi soggetti, nella fase finale di abbandono della città, ad una sistematica opera di smantellamento per il recupero di materiali da riutilizzare altrove. Infine, le inondazioni fluviali del Crati contribuirono poco alla volta a cancellare la città di Copia-Turi.
FONTI LETTERARIE
Antioco, FGrH 555, fr. 12, ap. Strab. VI, 1, 15.
Appiano, B.C., I, 117, 547.
Aristosseno, fr. 17 Wehrli.
Aristotele, Polit., V, 1303a; 1307 a, b.
Diodoro Siculo, XI, 48, 3; 90, 3-4; XII, 9, 2-6; 10, 2-3, 7; 11, 1-3; 22, 1; 17, 2, 5; 18, 4; 23, 2; 31, 1-3; 36, 4; XIII, 3, 4; XIV 91, 1; 101-102; XV 7,3; XX 22, 1; XIX 10, 4; 13, 16.
Dionigi di Alicarnasso, Lisia, I 453.
Eraclide Pontico, ap. Diog. Laert., IX, 8, 50.
Erodoto, V, 44-45; VI, 21, 1.
Eusebio, Chron. Arm., ed. Helm, p. 183; ed. Schone, p. 84.
Giamblico, VP, 33, 133, 177, 264, 267.
Giustino, VP, XII 2, 15; XX, 2-3.
Livio, Periochae, XI; XII.
Plutarco, V. Tim., 16.
Polibio, II 39.
Polieno, II 10, 1, 2, 4.
Pseudo-Plutarco, Moralia, 835d.
Pseudo-Scimno, vv. 357-360.
Scholia ad Pindar., Olympica, II, 29b, d.
Strabone, VI, 1, 1 C 253; VI, 1, 10 C 261;VI, 1, 12 C 262; VI, 1, 13 C 263; VI, 1, 14 C 264; VI, 3, 4 C 281.
Tucidide, VII 33, 5; 35, 1.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
ACT, Sibari e la Sibaritide, XXXII 1992, Taranto 1993.
AttiMagnaGrecia, Sibari-Thurii, NS XIII-XIV, 1972-1973.
AA. VV., Megale Hellas. Storia e civiltà della Magna Grecia, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano 1983.
AA. VV., Magna Grecia I. Il Mediterraneo, le metropoleis e la fondazione delle colonie, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano 1985.
AA. VV., Magna Grecia II. Lo sviluppo politico, sociale ed economico, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano 1987.
AA. VV., Storia della Calabria I. La Calabria antica, a cura di S. Settis, Roma-Reggio Calabria, Gangemi, 1987.
AA. VV., Storia della Calabria antica II. Età italica e romana, a cura di S. Settis, Roma-Reggio Calabria 1994.
AA. VV., I Greci in Occidente, a cura di G. Pugliese Carratelli, Milano, 1996.
BTCGI, s.v. Copia, a cura di P.G. Guzzo, V, 1977, pp. 398-403.
J. Berard, La Magna Grecia, Torino, 1963.
E. Ciaceri, Storia della Magna Grecia, Milano-Roma, 1924.
F. Cordano, La fondazione delle colonie greche in Magna Grecia, in Magna Grecia I, 265-336.
E. M. De Juliis, Magna Grecia. L’Italia meridionale dalle origini leggendarie alla conquista romana, Bari, 1996.
G. De Sensi Sestito, Gli oligarchici Sibariti, Telys e la vittoria crotoniate sul Traente, in “Miscell. di Stud.Stor.”, III 1983.
G. De Sensi Sestito, La Calabria in età arcaica e classica. Storia, economia, società, Roma-Reggio Calabria, 1984.
G. De Sensi Sestito, I due Dionisii e la nascita dell’ethnos brettio, in Civiltà, lingua e documentazione storico- archeologica dei Brettii, Atti Corso seminariale Rossano 1992, Soveria Mannelli 1995, 33-71.
M. Giangiulio, Aspetti di storia della Magna Grecia arcaica e classica fino alla guerra del Peloponneso, in Magna Grecia II, 1987, pp. 9-54.
G. Giannelli, Culti e miti della Magna Grecia, Firenze, 1963.
E. Greco, Magna Grecia, Roma-Bari, Laterza, 1980.
C.M. Kraay, Archaic and Classical Greek Coins, London 1976.
M. Lombardo, La Magna Grecia dalla fine del V secolo alla conquista romana, in Magna Grecia II, 1987,55-88.
G. Pugliese Carratelli, I Brettii, in Magna Grecia II, 1987, 281-294.
F. Sartori, Il problema storico di Sibari, in “Atene e Roma”, n.s. V, 1960.
A. Stazio, Monetazione delle poleis greche e monetazione degli ethne indigeni, in Magna Grecia II, 151-172.