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LOCRI

 

La colonia più meridionale sulle sponde del mar Ionio fu Locri Epizefiri. Secondo Strabone la città fu fondata dai Locresi del golfo di Crisa, guidati dall’ecista Evante, poco dopo la fondazione di Crotone e di Siracusa: in un primo momento, per due o tre anni, i coloni abitarono sul promontorio Zefirio (odierno Capo Bruzzano), così chiamato perché formava un porto al riparo dai venti dell’ovest; in seguito, con l’aiuto dei Siracusani e dei Tarantini, si trasferirono sull’altura chiamata Esòpis dove fondarono la città. Strabone polemizzava poi con Eforo, secondo cui i coloni sarebbero stati Locresi Opunzi, sostenendo che Locri Epizefiri fosse invece una colonia dei Locresi Ozolii. Gli antichi disputavano non solo sulla provenienza geografica dei coloni locresi, ma anche sulla loro origine sociale. Secondo la tradizione aristotelica, difesa con forza da Polibio, i fondatori di Locri erano servi che avevano sposato delle donne delle “Cento case”, cioè dell’alta nobiltà; secondo Timeo, citato dallo stesso Polibio, ciò non poteva essere vero perché presso i Locresi della madrepatria era vietato possedere schiavi. Anche la cronologia della fondazione di Locri è controversa: Pausania e Polibio la collegano alla prima guerra messenica, in una data quindi molto alta rispetto al quadro generale della grecizzazione del golfo ionico; una cronologia più bassa è data da Eusebio, cioè il 679-678 oppure il 673-672 a.C. Secondo la tradizione, inoltre, all’arrivo dei Locresi, il territorio era abitato da Siculi: Polibio narra che i due popoli avevano giurato di abitare insieme la regione e di rispettarsi a vicenda finché “avessero calcato la stessa terra e portato la testa sulle spalle”. Prima di giurare, però, i Locresi avevano messo della terra nei calzari e teste d’aglio sulle spalle, per cui, dopo essersi liberati della terra e dell’aglio, si svincolarono dal giuramento e cacciarono gli indigeni. Come gli altri Greci dello Ionio, anche i Locresi ampliarono progressivamente il loro territorio sulla costa tirrenica, fondando le subcolonie di Ipponio (Vibo Valentia) e Medma (Rosarno), verso la fine del VII secolo; nel corso poi del VI secolo entrò nell’orbita politica di Locri anche Metauros (Gioia Tauro), forse fondata dai Calcidesi di Zancle. Locri, nel volgere di poco tempo, divenne potente ed ambiziosa, e i suoi interessi territoriali giunsero presto in conflitto con quelli di Crotone, come attesta la violenta e celebre battaglia della Sagra che si svolse intorno alla metà del VI sec. a.C. Secondo la testimonianza di Trogo-Giustino, in sostanziale accordo con Strabone e Diodoro, i Crotoniati avrebbero mosso guerra ai Locresi per punirli dell’aiuto portato a Siri, che era stata attaccata da Crotone: nello scontro fra i due eserciti, Crotone subì una pesantissima sconfitta, mentre prodigiosa fu la vittoria dei Locresi. A questo proposito le fonti ricordano l’intervento miracoloso dei Dioscuri, protettori della città, che avrebbero aiutato i diecimila locresi ad avere il sopravvento sui centotrentamila avversari. Nel 477 a.C. Anassilao, tiranno di Reggio, attaccò Locri con successo, come testimoniano i doni votivi consacrati nel santuario di Olimpia (SEG XIV 304; 305; 311; 312); ciò spinse Locri a stringere con Siracusa rapporti di alleanza militare sempre più stretti, che saranno un punto fermo nella politica estera della città fino alla metà del IV secolo. Nel 478 a.C. Anassilao, assieme al figlio Leofrone, tentò di attaccare nuovamente Locri; ma fu contrastato e bloccato dal tiranno di Gela Gerone, fratello e successore di Gelone, tiranno di Siracusa. Le fonti riferiscono del voto di sacra prostituzione fatto in questa circostanza dalle vergini locresi per la salvezza delle patria e dei loro canti di gratitudine a Gerone per aver arrestato il pericolo. Al tempo delle spedizioni ateniesi a Siracusa del 427/6 a.C., Locri ne rimase coinvolta, mantenendosi fedele all’alleanza con Siracusa: Tucidide riferisce di un primo attacco navale ateniese nella Locride con la conquista di un avamposto fortificato sul fiume Halex e, poco dopo, di un nuovo attacco sul fiume Kaikinos dove furono sconfitti trecento Locresi guidati da Capatone. Ma i Locresi ben presto riconquistarono quella fascia di territorio compresa fra il Kaikinos e lo Halex e, quando nel 425 il comandante ateniese Pitodoro tentò di rientrare in possesso dell’avamposto sullo Halex, fu vinto e costretto a ritirarsi. Locri passò allora ad assalire ripetutamente il territorio di Reggio, tentando invano di assediarlo per terra e per mare; nel 422 a.C. Locri fu costretta a stipulare la pace con Atene, che significò anche la pace con Reggio. Alla vigilia della guerra del Peloponneso, Locri si schierava apertamente dalla parte di Sparta e, in risposta alle esortazioni di questa, doveva certamente allestire delle flotte in base alle sue possibilità, mobilitare risorse economiche e approntare finanziamenti. Diodoro narra che Dionisio I, tiranno di Siracusa, dopo aver ricevuto il rifiuto di Reggio, aveva proposto ai Locresi di sposare una loro concittadina in cambio di ingrandimenti territoriali: la città, trovandosi in un momento di esuberanza demografica e di stasi delle attività artigianali e dei suoi mercati, accolse la richiesta del tiranno destinandogli Doride, figlia di Xeneto, uno dei cittadini più illustri di Locri. Dionisio mantenne subito la promessa, conquistando nel 394 a.C. Medma, ricostruendo Messana, distrutta dai Cartaginesi ed insediandovi mille Locresi e quattromila Medmei; nel 389 conquista e distrugge Caulonia, poi Ipponio e Scillezio, assegnandone i rispettivi territori ai Locresi. Nel 356 a.C. il figlio e successore di Dionisio I, Dionisio II, cacciato da Siracusa da Dione, si rifugiò a Locri e si impadronì del potere, ritenendosi legittimato dalla sua ascendenza materna in quanto figlio della locrese Doride. Nella città il tiranno instaurò una spietata tirannide, che durò fino al 346 a.C., finita poi tragicamente con il massacro della sua famiglia da parte dei cittadini esasperati, che instaurarono un governo democratico. Durante il lungo soggiorno di Dionisio II a Locri, l’assetto istituzionale della città cambiò radicalmente: Aristotele infatti scriveva che la Locri aristocratica era andata in rovina per la parentela con Dionisio. Dopo essersi liberati del tiranno, i Locresi abbandonarono il loro antico regime oligarchico e giunsero ad una democrazia moderata. In concomitanza con la caduta della tirannide di Dionisio II si pone l’inizio dell’attività monetaria a Locri, caratterizzata soprattutto da abbondanti emissioni d’argento con impressa la figura barbata di Zeus sul diritto e, sul rovescio, di un’aquila o di un cavallo alato. All’inizio del III secolo a.C., Locri si vide costretta, come le altre città magnogreche, a chiedere l’aiuto di Roma contro l’aggressione dei Brettii e dei Lucani. La volontà e capacità locresi di resistenza ai Brettii sono testimoniate da un epigramma della poetessa locrese Nosside riguardo all’offerta nel tempio cittadino di armi tolte dai Locresi alle “miserabili spalle” dei nemici Brettii. Nel 277 a.C. il console P. Cornelio Rufino si sarebbe impadronito di Locri; successivamente la città si schierò per Pirro, intorno al 276 a.C., ma a questa alleanza seguirono delle spoliazioni ai danni del celebre locale santuario di Persefone, che i Locresi ricordarono con orrore. Durante la prima guerra punica Locri appare come importante alleata navale di Roma, e ancora nelle guerre romane del II sec a.C., contro Antioco III di Siria e contro Perseo di Macedonia. Dopo essere stata occupata da Annibale tra il 216 e il 215 a.C., nel 205 a.C. Locri tornò sotto il definitivo dominio di Roma e, dopo l’89 a.C., divenne un municipium.

 

FONTI LETTERARIE

Aristotele, Polit., V, 1307 a.

Ateneo di Naucrati, Deipn., XII, 541 C-D.

Diodoro, VIII 32; XII 54, 4-5; XIV 44, 4-6; 78, 5; 106, 3; 107, 2;

Eliano, Var. Historia, IX, 8; XII, 47.

Eusebio, Chron. Arm., sub Ol., 25, 1; 26, 4.

Giustino, VP, XX 2, 13 ss.; XXI, 2, 7; 3, 2.

Livio, XXXVI 42, 3; XLII 48, 7.

Nosside, A.P., 6, 132.

Pausania, III, 3.

Polibio, I 20, 14; XII, 5; 6 a, b.

Scholia ad Pindar., Pythica II, 36 c, 38.

Strabone, VI, 1, 7 C 259; VI, 1, 8 C 260; VI, 1, 10 C 261.

Tucidide, III, 99; 103, 3; 115, 6; IV 24; 25, 3; V, 4; 5.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

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