IPPONIO
Intorno alla seconda metà del VII sec. a.C., i Locresi avvertirono la necessità di espandere la propria influenza sul Tirreno e vi fondarono, nella parte più settentrionale, Ipponio, nel territorio dell’odierna Vibo Valentia.
La deduzione di questa sub-colonia, come nel caso di Medma più a sud, servì a Locri anche ad ovviare a quello che era il suo problema più grave, e cioè la progressiva pressione demografica. Ipponio sorgeva su una collina a 500 metri di altezza e a quattro chilometri dal mare, in una posizione che dominava l’ampia pianura a nord e che controllava in lontananza anche il vasto golfo di S. Eufemia. Nello stesso luogo esisteva un precedente centro indigeno, Veipo, di cui è stata rinvenuta la necropoli che attesterebbe una presenza protostorica in quella zona.
Le fonti antiche convergono nel considerare Ipponio una colonia locrese, dalle testimonianze di Tucidide e dello Pseudo-Scimno a quelle di Strabone e di Solino. Quanto all’ubicazione, Ipponio sorgeva tra Terina e Medma per lo Pseudo-Scilace, tra Cosenza e Medma per Strabone, tra Temesa e Medma per Pomponio Mela, confermando così che l’antica città fosse ubicata laddove oggi è la moderna Vibo Valentia.
Nei primi del V sec. a.C. Ipponio fu sotto la dominazione siracusana ad opera del tiranno Gelone. Nel 422 a.C. Ipponio, insieme con Medma, attaccò la stessa Locri che, stando a Tucidide, dovette fronteggiare con le armi la rivolta delle sue sub-colonie tirreniche. Probabilmente infatti Locri, alla vigilia della guerra del Peloponneso, aveva allestito flotte e approntato finanziamenti in aiuto di Sparta, facendo gravare sulle sub-colonie oneri finanziari ed impegno bellico, mobilitando potenziale umano e provocandone così la reazione violenta. Ad attestare per questa fase l’instaurazione di rapporti con Crotone, e forse una situazione di “alleanza” con il centro egemone, è la presenza di alcune monete in cui compare sul diritto il tripode crotoniate e al rovescio la figura di un’aquila.
Divenuta indipendente, Ipponio avrebbe fatto parte della Lega italiota per opporsi al pericolo costituito dal tiranno siracusano Dionisio I e dai Lucani. Sulla fine del 389 o al principio del 388, la città fu occupata e rasa al suolo da Dionisio I: come per la vicina Medma, la popolazione venne deportata a Siracusa ed il suo territorio restituito a Locri. Come Reggio, Caulonia e Crotone, anche Ipponio dovette poi riconquistare la propria libertà sotto il successore Dionisio II, nel contesto di una politica di ricostruzione delle città magnogreche distrutte dal padre e di rapporti di cooperazione instaurati con esse. Infatti, alcune monete bronzee di Ipponio, per livello ponderale, articolazione dei nominali e tipologia, rivelano precisi agganci con le contemporanee monete bronzee siracusane della fase finale di Dionisio I e della monetazione di Dionisio II.
Nel 379 a.C. Ipponio venne liberata dai Cartaginesi che la ricostruirono, favorendo il rientro degli antichi abitanti deportati in Sicilia.
Verso la metà del IV sec. a.C. la città, insieme a Terina, venne attaccata e conquistata dai Brettii, che adattarono il nome della città in Veipunium da cui derivò poi la forma latina Vibo.
Probabilmente nel 294 Agatocle pose l’assedio ad Ipponio e la conquistò con le sue potenti macchine da guerra, tanto che i Brettii furono costretti a chiedere la pace e a consegnare gli ostaggi. Stando a Diodoro, però, essi, dopo la partenza di Agatocle, si sarebbero liberati del suo dominio annientando il presidio siracusano. Strabone ci informa che il tiranno, dopo essersi impadronito di Ipponio, vi avrebbe fatto costruire un porto. Grazie al suo porto, la città si arricchiva, oltre che delle risorse agricole, anche dei profitti del commercio e della pesca; un porto che continuò ad essere attivo per tutta l’età romana, come ci attestano Cicerone e Ateneo.
Alla fine della seconda guerra punica, nel 192 a.C., i Romani dedussero una colonia nel territorio della greca Ipponio, che fu chiamata Valentia, probabilmente a ricordo del valore dimostrato contro i Cartaginesi. Da Valentia passava una delle più importanti arterie del mondo romano, la via Popilia, ciò che attesta l’importanza della colonia in quell’epoca.
Verso la metà del I sec. a.C., Vibo Valentia dovette acquistare un certo valore, come ci attestano i ripetuti accenni di Cicerone a quel municipium da lui definito illustre e nobile. Nel 48 a.C. la città aiutò Cesare nella guerra civile, offrendogli una sicura base navale per la sua flotta; a distanza di pochi anni, poi, Vibo accolse Ottaviano e il suo porto servì da appoggio a tutte le operazioni contro la flotta di Sesto Pompeo.
Saccheggiata dai Saraceni, la colonia decadde nel periodo del tardo impero; essa fu poi completamente ricostruita nel 1235 dagli Svevi, con il nome di Monteleone.
FONTI LETTERARIE
Appiano, B.C., V, 91, 99, 103, 105, 112.
Ateneo, VII 302 a.
Cesare, B.C., III, 101.
Cicerone, Verr., II 40, 99; V 16, 40 e 158; Pro Planco, 96; Ad Atticum, III 3, 4; XVI 6, 1.
Diodoro, XIV 107, 2; XV, 24; XVI 15, 2; XXI 8.
Livio, XXXIV 53, 1; XXXV 9, 7; 40, 5.
Pseudo-Scilace, 12.
Pseudo-Scimno, vv. 307-308.
Solino, II 11.
Strabone, VI 1, 5 C 256.
Tucidide, V 5, 3.
RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI
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