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LA PREISTORIA

 

Con il termine “preistoria” si indica convenzionalmente l’immenso arco di tempo che precede l’invenzione della scrittura, avvenuta intorno al 3000 a.C. Ma le forme viventi fanno la loro comparsa sul nostro pianeta molti milioni di anni prima. Tra i 7 e i 5 milioni di anni fa compaiono in Africa orientale gli ominidi, i nostri più lontani antenati. Essi iniziano ad inoltrarsi nella savana in cerca di cibo ed imparano così ad alzarsi sugli arti posteriori per poter superare con lo sguardo gli alti manti erbosi e scorgere le alture circostanti. La specie più antica degli ominidi finora conosciuta è quella degli australopitechi dai quali, attraverso numerose forme di evoluzione (homo habilis, homo erectus, homo sapiens di Neandhertal) discende l’essere umano moderno, appartenente alla specie denominata sapiens sapiens, comparsa sulla terra circa 40.000 anni fa.

Il termine australopithecus fu creato dagli scienziati sulla base dell’aggettivo latino australis (“del sud”) e del sostantivo greco píthekos (“scimmia”): gli australopitechi vissero in Africa tra 4 milioni ed 1 milione di anni fa e, allo stato attuale della ricerca scientifica, si pensa siano stati la prima specie vivente a camminare eretta. Essi non erano capaci di costruire utensili, ma utilizzavano ciottoli per scopi molto elementari (spezzare, raschiare, percuotere) e si servivano di arnesi di legno come armi di difesa e di offesa (clave o semplici lance). Gli australopitechi facevano vita di gruppo e si nutrivano, oltre che di alimenti vegetali (radici, frutti, foglie), anche delle carcasse di animali uccisi da grandi predatori e di uova raccolte nei nidi.

L’homo habilis (dal latino habeo, “sono capace”) è stato denominato così perché era capace non solo di usare gli strumenti che l’ambiente gli offriva (bastoni, pietre, ossa), ma sapeva anche scheggiare ciottoli da un lato, i cosiddetti chopper, per ottenere spigoli taglienti. Con questi rudimentali utensili estraeva radici commestibili, uccideva animali, appuntiva bastoni, tagliava e scuoiava la carne.

L’homo erectus è così denominato perché ha ormai definitivamente assunto la posizione eretta. In questa fase dell’evoluzione migliorò la tecnica della lavorazione della pietra, con la quale i nostri progenitori fabbricavano strumenti litici taglienti da entrambi i lati, detti amigdale per la loro forma a mandorla (dal greco amygdale, “mandorla”). Ma il più importante cambiamento fu apportato dalla capacità di mantenere acceso ed utilizzare il fuoco provocato dai fulmini e, successivamente, dalla capacità di  accenderlo.

L’homo sapiens comparve circa 250.000 anni fa ed era molto simile a noi per conformazione fisica e intelligenza. Viveva in gruppo, era capace di cuocere i cibi e possedeva un linguaggio verbale abbastanza articolato. Attorno ai 75.000 anni fa, apparve in Europa una specie particolare di homo sapiens: il cosiddetto uomo di Neanderthal, così chiamato dalla valle del fiume Neander, in Germania, dove ne vennero trovati i primi resti. I Neanderthalensi vivevano per lo più in grotte o in ripari sotto sporgenze rocciose, confezionavano abiti di pelle, lavoravano la pietra con grande maestria creando asce con manici per imprimere più forza ai colpi, usavano armi per catturare i pesci e, particolare importante, seppellivano i morti nelle caverne.

L’homo sapiens sapiens, detto anche uomo di Cro-Magnon dalla località presso Les Eyziers, in Francia, dove furono trovati i primi resti, era capace di costruire ripari provvisori con frasche, ossa e pelli, confezionava indumenti di pelle cuciti e muniti di fibbie, usava avorio, conchiglie, ambra e denti di animali levigati e forati, con i quali realizzava collane ed altri ornamenti. Molto marcato era il senso magico-religioso della vita, che fece nascere la pittura rupestre: in numerose caverne sono, infatti, state ritrovate grandiose raffigurazioni di mandrie di animali, di scene di caccia e di riti.

 

L'ETA' DELLA PIETRA

Il più antico stadio della vita umana fu definito dagli archeologi “età della Pietra”, perché fu in questo periodo che l’uomo imparò a lavorare la pietra in forme progressivamente più perfezionate e a servirsene per numerosi scopi. L’età della pietra viene suddivisa in tre periodi di durata assai differente: il Paleolitico (dal greco palaiós, “antico”, e líthos, “pietra”, ossia età della pietra antica); il Mesolitico (dal greco mésos, “mezzo”, e líthos, “pietra”, ossia età della pietra di mezzo); il Neolitico (dal greco néos, “nuovo”, e líthos, “pietra”, ossia età della pietra nuova). Durante il Paleolitico, la Terra fu sconvolta da quattro grandi glaciazioni, durante le quali i ghiacci polari coprirono buona parte della superficie settentrionale dei continenti, mentre piogge abbondanti irrigavano gli attuali deserti tropicali. I periodi glaciali furono interrotti da tre periodi interglaciali, della durata di alcune decine di migliaia di anni, nel corso dei quali i ghiacciai si ritiravano verso nord, nelle loro sedi originarie. Furono proprio le mutevoli condizioni climatiche ed ambientali a stimolare l’intelligenza dell’uomo e a far sì che alcune popolazioni raggiungessero lo stadio neolitico prima di altre. Ciò non deve sorprendere se si pensa che alcuni gruppi umani particolarmente isolati vivono ancor oggi con un’economia neolitica, come le popolazioni aborigene che si trovano in Australia o in alcune zone dell’Africa centrale.

Per quanto riguarda, dunque, l’Italia peninsulare e la Calabria in particolare, gli studiosi hanno diviso il Paleolitico in tre fasi: Paleolitico inferiore (da 2.000.000 a 80.000 anni fa), Paleolitico medio (da 80.000 a 37.000 anni fa), Paleolitico superiore (da 37.000 a 8.300 a.C.). L’homo erectus del Paleolitico inferiore, evidenziando una profonda capacità di adattamento, si trovò a vivere in un ambiente non semplice, sconvolto da violenti terremoti che modificavano la morfologia del territorio calabrese e, con ogni probabilità, terrorizzavano gli uomini distruggendone gli insediamenti. La Calabria, infatti, si presentava come una regione aspra e montuosa, coperta dalla steppa a tratti interrotta dalla foresta ma anche con zone ambientali ideali per l’insediamento umano, con numerosi corsi d’acqua, specchi lacustri e una fauna ricca. Il Paleolitico medio e il Paleolitico superiore si sviluppano durante l’era geologica detta Pleistocene superiore, un periodo glaciale caratterizzato da una breve fase iniziale calda (interglaciale) seguita da due importanti periodi glaciali, distanziati da brevi intervalli con temperature più elevate. In questo periodo le caratteristiche geomorfologiche della Calabria si sono attestate su livelli di relativa stabilità: le montagne hanno ormai raggiunto l’altezza attuale e durante le fasi di miglioramento climatico si registra una nuova espansione delle aree boschive. Durante i periodi di glaciazione, invece, la brusca discesa delle temperature comporta un ritiro delle acque del mare, con l’emersione di ampi tratti di costa e depositi di sabbia, nonché il diffondersi di steppa e prateria, cioè di un ambiente aperto con poche piante e alberi, tipico dei climi freddi.

Nei periodi più caldi i luoghi scelti come sede d’insediamento dall’uomo paleolitico sono generalmente all’aperto, con particolare predilezione per i terrazzi fluviali o per gli altopiani; durante le fasi fredde si diffondono, invece, gli insediamenti in caverne e nei ripari offerti dalle rocce.   L’economia di queste popolazioni è basata sulla caccia (ippopotami, cavalli selvaggi, buoi ecc.) e la raccolta (frutta, vegetali, radici, molluschi) con il prevalere dell’una o dell’altra a seconda del clima e delle risorse naturali dell’area occupata. L’attività della caccia, che era esercitata anche in gruppo e in modo sempre più sistematico, rafforzò i vincoli di solidarietà, sviluppò lo spirito di osservazione e la memoria e, soprattutto, stimolò la comunicazione, che avveniva in una forma già relativamente evoluta di linguaggio e permetteva la trasmissione di quanto veniva via via appreso. Una conquista culturale decisiva degli uomini del Paleolitico fu l’uso e la produzione del fuoco, che segnò un solco sempre più profondo tra l’uomo primitivo e gli altri animali. Con la padronanza del fuoco, infatti, fu possibile cuocere gli alimenti rendendo il cibo più assimilabile, con enormi benefici per il miglioramento della specie, tenere lontane le bestie feroci, illuminare e riscaldare le caverne, indurire le punte delle lance per cacciare i grossi mammiferi. Attorno ai fuochi degli accampamenti o delle grotte, poi, i membri dei vari gruppi umani condividevano le loro esperienze, rafforzando la coesione sociale, soprattutto tra giovani e anziani, che venivano tenuti nella massima considerazione perché ricordavano eventi del passato, sapevano suggerire come evitare i pericoli, come risolvere le dispute territoriali, come curare ferite e malattie. Sin dalle più remote fasi del Paleolitico è dunque attestata per gli uomini l’esistenza di un’organizzazione sociale, che prevedeva, inoltre, una prima forma di divisione del lavoro tra uomini e donne. I primi si dedicavano prevalentemente alla caccia e occupavano in questa attività la maggior parte del loro tempo e delle loro energie; le seconde, impegnate per una gran parte della loro vita da gravidanze, allattamento e cura dei figli, erano meno mobili e si dedicavano alla raccolta dei vegetali commestibili, alla cattura di piccoli animali e alla cottura dei cibi, un’attività che ha dato un notevolissimo contributo alla sopravvivenza. Durante tale periodo è attestata una prima forma di commercio, grazie alla diffusione di alcuni tipi di conchiglie e di ambra, ritrovate in centri a volte notevolmente distanti dal luogo d’origine; anche un’attività tessile, avente come materiali cuoio e fibre vegetali, potrebbe essere ipotizzata se, come propongono alcuni studiosi, sono riferibili a tale scopo alcuni aghi ossei rinvenuti in siti del Paleolitico medio.

Le sepolture, assenti nel Paleolitico inferiore, compaiono numerose a partire dal Paleolitico medio, anche perché durante le fasi di glaciazione gli uomini furono costretti a trascorrere i lunghi inverni nelle grotte, a stretto contatto con i propri simili, e ciò rafforzò i vincoli di sangue, creò legami affettivi e fece nascere l’esigenza di non lasciare il cadavere di un elemento del gruppo preda degli agenti atmosferici e degli animali. I defunti erano talvolta disposti rannicchiati nella tomba, con il capo rivolto ad oriente (forse per simboleggiare una seconda rinascita) e spesso erano coperti di ocra; venivano sepolti in fosse con corredi di utensili e oggetti personali e a volte, nei pressi di tali sepolture, erano scavate altre buche nelle quali si deponevano ossa di animali, forse come offerte dedicate al defunto. In quest’epoca il cranio era probabilmente considerato la sede della vita spirituale: proprio per questo il cervello veniva estratto dalla testa dei defunti e mangiato nel corso di un rito che mirava ad assorbirne le proprietà vivificanti. In altre sepolture, invece, sono state rinvenute tracce di lacci: ciò fa supporre che i morti venissero legati prima di essere sotterrati, probabilmente per impedire al loro spirito di tornare dai vivi ad esercitare influenze malevole o a compiere vendette.

A riprova del fatto che l’uomo del Paleolitico avesse elaborato anche una qualche forma di pensiero astratto e di visione magica e mistica della realtà si possono analizzare le incisioni e le pitture rupestri. Tali raffigurazioni sono situate tutte nei cunicoli più interni, bui ed isolati delle grotte, inadatti ad essere abitati, e sono state eseguite alla luce di piccole lucerne, formate da pietre piatte sopra le quali bruciava un po’ di grasso animale. Questa collocazione lascia pensare che esse fossero l’espressione di un rituale magico e religioso e che questi ambienti fossero considerati luoghi sacri. I soggetti delle raffigurazioni sono soprattutto animali (bovidi, cavalli, renne, cervi, mammut ed elefanti) che l’uomo desiderava uccidere: le immagini non avevano dunque un semplice significato decorativo, ma uno scopo propiziatorio, in quanto annullavano la pericolosità e prefiguravano l’esito positivo della battuta di caccia, costituendo una vera e propria evocazione degli animali, una sorta di “trappola” magica per attirarli nelle mani del gruppo.

Il Paleolitico in Calabria è attestato in pochi ma importanti insediamenti, per lo più riferibili a due aree, di cui la prima posta nella zona tirrenica (Praia, Tortora, Papasidero, Cirella), mentre l’altra tra Vibo e la piana di Lamezia. Segnalazioni si hanno ancora da Crotone, Archi (RC) e dalla piana di Sibari (Celimmaro di Castrovillari).

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