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LA COLONIZZAZIONE

Già a partire dalla fine del II millennio a.C., i navigatori micenei avevano acquisito una vasta conoscenza delle coste mediterranee, grazie alla loro straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi ed inserirsi in realtà socio-economiche nuove e diverse, e tramite l’intensa attività mercantile da essi svolta. Proprio da tali rapporti e scambi tra le genti greche e le popolazioni indigene, derivavano quelle conoscenze geografiche ed etnografiche della penisola italiana che permisero ai Greci dell’ VIII sec. a .C. di fondare insediamenti coloniali in Sicilia e nell’Italia meridionale.

Oltre alla sua posizione centrale all’interno del Mediterraneo, che la rendeva naturale luogo di approdo per chi navighi dalla Grecia verso Occidente, la Calabria presenta caratteristiche geomorfologiche che si prestavano bene alla nascita di insediamenti stabili, specie lungo la costa ionica. Infatti, oltre la curva formata dal golfo di Taranto, si apre l’ampia pianura tra i fiumi Crati e Coscile, i cui corsi d’acqua possono agevolmente essere seguiti all’interno per raggiungere, attraverso le alture dell’Appennino e della Sila,  le opposte coste tirreniche.

Simile è anche il passaggio che si apre a partire dalla rada di Crotone, sebbene più stretto, ed il collegamento verso l’interno può essere effettuato seguendo il corso del fiume Neto.

La costa ionica calabrese, inoltre, può essere facilmente individuata attraverso i numerosi promontori che la caratterizzano: punta dell’Alice, il capo Lacinio (ora capo Colonna), il capo di Stilo e capo Bruzzano. Ognuno di questi costituiva un caposaldo per la navigazione ed in rapporto ad essi sono attestati diversi insediamenti, anche se di differente tipologia (dal semplice luogo di culto a fondazioni stabili dalla lunghissima storia). Nel tratto più meridionale, tra capo Spartivento e capo dell’ Armi, la costa è ripida e inospitale, ma si proietta rapidamente verso lo Stretto di Sicilia, fulcro e punto d’incontro di tutte le rotte lungo il Mediterraneo.

La costa tirrenica della Calabria presenta una grande varietà di tipologie, con tratti ripidi e non adatti alla frequentazione (basti pensare alle coste di Scilla e del Poro) che si alternano a buoni approdi e retroterra pianeggianti (come nel caso delle piane di Gioia Tauro e di Lamezia e di quella alla foce del Lao). Nel suo tratto settentrionale essa è generalmente disagevole, tranne che nelle conche di Paola, Cetraro e Belvedere, e le uniche possibilità di raggiungere, attraverso l’interno, le coste opposte sono date dalle foci del Savuto e del Lao.

Le condizioni naturali permettevano, inoltre, una quantità diversificata di attività produttive, note già ai primi frequentatori micenei; occorre, tuttavia, rilevare che le caratteristiche delle fondazioni coloniali di epoca arcaica, furono un fenomeno del tutto diverso dalle frequentazioni delle regioni del Mediterraneo orientale ed occidentale di età micenea.

Gli elementi che concorsero alla nascita del fenomeno coloniale greco furono vari e differenti a seconda delle singole fondazioni. Tra essi di particolare rilievo furono certamente le condizioni demografiche, socio-economiche e politiche della madrepatria, caratterizzate da povertà e scarsezza del suolo in relazione a problemi di sovrappopolazione, dalla concentrazione della proprietà terriera in poche mani, con il conseguente depauperamento dei piccoli agricoltori, e dal bisogno di terre che potessero soddisfare esigenze di lavoro, ricerca di prodotti, possibilità di commerci. La necessità di nuove terre da sfruttare e le possibilità di insediamenti agricoli e commerciali spinsero, dunque, migliaia di emigranti greci nelle fertili pianure dell’Italia meridionale, per crearvi una serie di prospere colonie all’interno e al di sotto del golfo di Taranto. Le coste offrivano, come abbiamo visto, buoni approdi e possibilità di stanziamenti sicuri: le stesse condizioni naturali erano favorevoli alla primaria attività produttiva, l’agricoltura, e alla pesca lungo le coste. Con discreta facilità potevano essere praticate le colture cerealicole, la caccia (o, meglio, l’uccellagione), e forse l’allevamento del bestiame bovino, sebbene l’attestazione del tipo del toro sulle monete di Sibari e i passi di Teocrito sui pastori sibariti siano stati oggetto di interpretazioni anche molto diverse tra loro. C’era senza dubbio una grande abbondanza di riserve boschive da cui trarre il legname, come dimostrato anche nel caso della polis di Caulonia in cui, stando a Tucidide, i Siracusani distrussero grandi cataste di legname destinato agli Ateniesi. Per quanto concerne la vigna e il vino, è da ricordare una esplicita menzione di Timeo riguardo a un complicato sistema per il trasporto di questa bevanda, prodotta nelle campagne di Sibari, fino alla città. Tale testimonianza, sebbene problematica, costituisce tuttavia un’attestazione della produzione, nella zona, di un notevole quantitativo di vino.

Una forte spinta al movimento coloniale deve essere poi provenuta dagli interessi commerciali legati alla ricerca di materie prime, basti pensare alle cave di rame di Temesa, la cui fama ha lasciato traccia in Omero, o al commercio della pece tratta dall’area montana interna della Cauloniatide e della Locride, o alla ricerca di vene argento ovunque fossero disponibili.

È stato rilevato che la scelta del sito, per tutte le colonie stabilitesi in Italia meridionale, rivela il preciso interesse a possedere un territorio confacente alle esigenze di difesa e di facilità di coltivazione del nucleo coloniale: Sibari è impiantata su un territorio straordinariamente fertile e ricco, al punto che l’ecista di Crotone, provandone invidia, ripiega su un luogo dalle caratteristiche geomorfologiche simili; la colonia locrese è disposta in una conca irrigata e protetta; Reggio soltanto costituisce un’eccezione e la sua collocazione sulle pendici dell’Aspromonte sembra rispondere piuttosto a motivi di sicurezza, che le garantissero il controllo del traffico attraverso lo Stretto.

Ma la scelta dei luoghi adatti agli insediamenti coloniali va ad interessare un ambiente geografico, quello calabrese, che richiama i luoghi di partenza: i Greci hanno popolato dapprima solo le regioni costiere dove era possibile praticare le stesse colture della madrepatria, e poi si sono inoltrati nell’interno al fine di stabilire dei collegamenti tra un versante e l’altro.

Le colonie fondate erano città in tutto simili alle rispettive madrepatrie: il sentimento di appartenenza ideale alla metropoli era testimoniato dal mantenimento di lingua, religione, cultura e istituzioni politiche.

Politicamente, però, le colonie di Magna Grecia erano del tutto indipendenti dalla città che ne aveva promosso la fondazione: esse, infatti, formavano una città-stato (polis) con un governo proprio e non entravano in conflitto né tendevano ad interferire nella vicende politiche della madrepatria, con l’eccezione di quei casi in cui erano in gioco grandi interessi economici comuni. La stessa indipendenza si riscontrava in campo economico-commerciale, senza obblighi di rilievo tra metropoli e colonia. La colonia, insomma, viveva una situazione di assoluta autonomia che in molti casi consentì uno splendore economico superiore a quello della madrepatria stessa.

Quanto ai rapporti con le popolazioni indigene preesistenti, non siamo in presenza di un modello unico, ma caso per caso si verificarono condizioni di contrasto e lotta, oppure di accordo, acculturazione e scambio.

La fondazione aveva un forte carattere religioso: la città responsabile della spedizione coloniale predisponeva innanzitutto la consultazione degli oracoli, in particolare quello di Delfi. Tramite i sacerdoti, il dio faceva conoscere le sue volontà riguardo al sito che il gruppo di cittadini avrebbe dovuto occupare; a quel punto si approntava l’allestimento delle navi, la selezione dei coloni che sarebbero dovuti partire, la designazione dell’ecista (fondatore) responsabile di tutta l’impresa e garante della continuità delle istituzioni civiche e religiose nella nuova sede. Sotto il profilo sociale, dunque, i coloni della prima generazione non fecero altro che riprodurre istituzioni e culti della città d’origine, trasferendo abitudini, usi e tecniche che facevano parte del loro bagaglio culturale.

La tradizione sulla fondazione delle varie colonie calabre è spesso incerta anche per quanto riguarda la cronologia. Ai Calcidesi si deve la fondazione di Reggio, intorno al 730/720; agli Achei del Peloponneso la fondazione, probabilmente insieme a gruppi di varie popolazioni, di colonie dette appunto “achee”, quali Sibari e Crotone. La colonia più meridionale sulle sponde del mar Ionio fu Locri Epizefiri, fondata da greci della Locride. Dalla fine del VII-inizi VI sec. a.C. in poi quasi tutte queste colonie primarie dedussero a loro volta delle subcolonie, che si configuravano come degli insediamenti urbani stabili, con lo scopo di stabilizzare la presenza greca sul territorio e di procedere ad una delimitazione di esso più definita. La penetrazione di Sibari sul versante tirrenico sembra essere stata precoce: già verso la fine del VII secolo si deve a Sibari la fondazione di Poseidonia, sul golfo di Salerno; più recente dovette essere la deduzione delle più meridionali colonie tirreniche di Lao e di Scidro, le quali probabilmente da semplici scali sulla costa si trasformarono in vere e proprie cittadine in seguito al trasferimento in esse di molti profughi sibariti nel 510 a.C.

L’espansione locrese sul mar Tirreno, dettata da un lato dalla scarsità e dal carattere prevalentemente montagnoso del territorio e dall’altro dalla struttura rigida e chiusa dell’oligarchia locale, portò alla deduzione di due subcolonie, Medma (attuale Rosarno) e Ipponio (attuale Vibo Valentia), e all’assoggettamento di Metauros (Gioia Tauro).

Per quanto concerne l’espansione coloniale di Crotone, oltre alla fondazione di Caulonia per la quale però le fonti letterarie divergono, sembrerebbe che solo nel VI sec. a.C. essa avvertì la necessità di dar vita al centro greco di Scillezio, sul golfo omonimo; e, verso la fine dello stesso secolo o al principio del V, deve risalire la fondazione della subcolonia di Terina nel territorio dei Lametinoi, che Ecateo ricorda come stanziati presso il fiume Lametos e Stefano di Bisanzio come gravitanti nell’ambito crotoniate.

Ma spesso la fondazione in età storica di molte di queste colonie greche di Calabria veniva fatta precedere, dalla tradizione leggendaria, da una fondazione in età eroica che, per i Greci d’Occidente, costituiva un motivo di vanto. Infatti, il ciclo epico dei Nostoi aveva fatto approdare tutta una serie di personaggi eroici, dopo la distruzione di Ilio, sulle coste dell’Italia meridionale, riconnettendo alla loro presenza l’origine di varie comunità. Secondo la tradizione mitica la cittadina di Scillezio fu colonizzata dagli Ateniesi di Menesteo, che tornavano dalla guerra di Troia; Crotone sarebbe stata fondata per promessa di Eracle da un suo discendente; Filottete avrebbe fondato Petelia e sarebbe morto nella regione di Crimisa dove aveva dedicato un santuario ad Apollo; Caulonia sarebbe stata fondata dall’amazzone Cleta. 

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