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Magna Graecia

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CONTRADA PARAPEZZA

 

In contrada Parapezza, immediatamente all’esterno della cortina muraria che cingeva la città a Nord-Est, in corrispondenza dell’angolo con il braccio di mura parallelo alla linea di costa, scavi di P. Orsi, ma soprattutto indagini archeologiche avviate dalla Soprintendenza a partire dal 1989 e tuttora in corso, hanno messo in luce un’ area sacra a Demetra, venerata quale dea protettrice dell’agricoltura e portatrice delle leggi che regolano le istituzioni familiari. In particolare vi si è riconosciuto un Thesmophorion, sede delle feste autunnali delle Tesmoforie, cui partecipavano le sole donne che rievocavano, con riti che duravano tre giorni, il rapimento della figlia della dea, Persefone, da parte di Hades, sino all’esito felice del ricongiungimento almeno per i mesi fecondi della primavera e dell’estate.
Il santuario risulta frequentato in diverse fasi che vanno dal VI secolo a.C. alla fine del III.
Alla seconda metà del VI secolo. a.C. risale la costruzione del recinto sacro, il témenos, tangente le mura urbiche, a delimitare un'area di m. 50 x 80, occupata da grandi deposizioni di materiali votivi entro fosse, in alcuni casi foderate e ricoperte da lastre di tegole o ciottoli. Si tratta soprattutto di ceramica miniaturistica, in particolar modo coppette biansate dette kotylai, utilizzate per libagioni, ovverosia offerte di liquidi, e poi deposte o alla rinfusa o impilate con cura in file sovrapposte.
All'inizio del V secolo a.C. viene edificato un sacello, piccolo edificio di culto costituito dalla sola cella (m 7,65 x 9,20) accessibile ad est da una doppia porta con pilastro centrale. Addossate alle pareti interne ed esterne vengono realizzate delle basse banchine intonacate per l’esposizione delle offerte votive con le quali i fedeli accompagnavano la preghiera, secondo la prassi religiosa greca.
Sempre secondo una consuetudine propria dei Greci, l’altare viene ubicato all’esterno del sacello, davanti all’ingresso: si tratta non di una struttura architettonica, ma di un cumulo di cenere ed ossa bruciate, frutto della cottura sul fuoco delle carni degli animali da sacrificio consumate in banchetti rituali.
A Nord del sacello viene, infine, costruito un edificio rettangolare allungato porticato, una stoà, funzionale a dare riparo ai fedeli.
A seguito della ristrutturazione delle mura di cinta, nel corso della seconda metà del IV secolo a.C., viene rinnovato anche il santuario di Demetra, attraverso una ricostruzione degli edifici già esistenti e la realizzazione di nuove strutture, il tutto accompagnato da riti di fondazione che contemplano la deposizione di oltre un migliaio di kotylai disposte impilate su più file parallele.
A ridosso del tratto di mura prossimo alla torre angolare viene costruito un piccolo recinto, comprensivo di un altare costituito da una cassa di tegole con quattro tubi emergenti funzionali a riti di libagione e tali da permettere ai liquidi di giungere idealmente agli dei inferi. Entro questo spazio sono stati rinvenuti quattro depositi votivi, costituiti da vasellame e strumenti utilizzati per cerimonie diversificate ed in seguito accuratamente occultati.
Tra il recinto e l’altare viene realizzato un grande deposito votivo circolare, di m 6.50 di diametro, delimitato da blocchi e con una copertura di ciottoli piatti, colmato soprattutto di vasetti miniaturistici (hydriskai) e coppette (kotylai) impilate.
Immediatamente ad Ovest del sacello viene, infine, realizzato un lastricato in ciottoli sopraelevato, uno spazio per sacrifici su cui si apre un pozzo sacro, che è stato identificato con il megaron, una cavità in cui venivano lasciati a putrefare dei maialini per un anno, per poi recuperarli durante le feste delle Tesmoforie.
 

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