LA CINTA MURARIA
Fin dal momento della deduzione della colonia, i Locresi dovettero stabilire un perimetro sacrale che separasse lo spazio urbano vero e proprio dall’area destinata alle sepolture. A partire dalla metà del VI sec. a.C., probabilmente nell’ambito di un programma coordinato alla realizzazione dell’impianto urbanistico, tale recinto sacro venne monumentalizzato con la costruzione della cinta muraria, che per lungo tempo ebbe solo una funzione di limite dell’area urbana, come testimoniano le importanti strutture a ridosso o a breve distanza dal lato esterno del circuito. Solo nei primi decenni del III sec. a.C. le aumentate necessità di difesa resero indispensabili dei lavori di rafforzamento delle mura, che consistettero in vari interventi: ispessimento della cortina, rettifica di tratti in modo da obliterare le strutture esterne abbandonate, erezione di torri in grado di far fronte ad eventuali assedianti. Una significativa testimonianza di questa fase edilizia è il suo ricordo nelle tabelle bronzee iscritte dell’ archivio del santuario di Zeus Olimpio, che riportano i prestiti concessi dal santuario stesso alla città per far fronte alle spese dei lavori sulle mura. Il perimetro delle mura, di circa 7 km, si presenta in pianura costituito da un braccio rettilineo parallelo alla costa cui si innestano quasi ad angolo retto due tratti monte-mare altrettanto rettilinei, i quali, risalendo in collina, assumono un andamento articolato, seguendo la morfologia dei tre sistemi collinari che inglobavano a scopi difensivi.
Nelle mura si aprono dei varchi, talvolta costituiti da vere e proprie porte monumentali, spesso protetti da torri di difesa, erette anche in altri punti strategici come in collina. Le mura sono realizzate con blocchi di arenaria squadrati disposti su più assise e su più filari ora di taglio ora di testa, con un paramento in blocchi di calcare sul lato esterno a offrire, grazie alla superiore compattezza del materiale, una maggior resistenza. Lo spessore delle mura non era probabilmente identico su tutti i tratti e dovette mutare nel corso del tempo, ma si può indicare una larghezza standard di 2,50 m almeno per le mura arcaiche. Più difficile è determinare lo sviluppo in altezza e stabilire l’aspetto dell’elevato, che era forse costituito da mattone crudo.
LE MURA IN PIANURA
Il tratto di mura parallelo alla costa, di circa 1 km, è stato messo in luce dall’abitato di Centocamere, passando per l’area sacra di Marasà Sud e in corrispondenza all’antico bacino portuale sino alla torre di Parapezza. Si caratterizza per la presenza di ben quattro varchi: il varco «con postierla», il «propileo», la «porta di Afrodite», la «porta portuense».
Le mura in contrada Centocamere. All’epoca della loro realizzazione, esse non dovevano avere una funzione difensiva, quanto di semplice limite dell’area urbana: vennero, infatti, tracciate in modo da formare un doppio angolo in corrispondenza della struttura religiosa più antica detta “stoà ad U”, lasciata fuori della città forse perché sede di riti estranei ai culti tradizionali, ma così vicina alle mura stesse da vanificare ogni possibilità di difesa.
Esse inoltre presentavano un ampio varco, che consentiva il passaggio dalla città verso la spiaggia e gli approdi, monumentalizzato, alla fine del VI sec. a.C., con un porticato colonnato di ordine dorico (il «propileo»), anch’esso indifendibile militarmente. Esisteva più ad Ovest anche il varco «con postierla», rappresentato da un grande canale bipartito da un muro di spina e fiancheggiato da due strutture murarie, finalizzato al convoglio delle acque di uno dei due rami in cui si divideva il torrente Milligri.
La presenza accanto al propileo, nel IV sec. a.C., di un portico con funzioni commerciali o ricettive addossato al lato esterno delle mura, attesta che solo intorno ai primi decenni del III sec. le mura assunsero un vero e proprio carattere difensivo.
Il propileo e le strutture esterne vennero demolite ed il varco con propileo fu chiuso sovrapponendo dei blocchi di arenaria sui battuti stradali che si erano formati nel corso dei secoli. Le mura vennero ispessite grazie a un muro di rinfianco realizzato contro il lato interno per sostenere un elevato in mattone crudo.
Il settore di mura formante il doppio angolo fu sostituito da un tratto rettilineo sovrapposto alla stoà ad U, abbandonata, costruito anch’esso in mattone crudo su un vespaio in ciottoli di fiume e materiali di reimpiego, fra i quali spiccano una decina di rocchi di colonne.
Le mura tra le contrade Marasà Sud e Parapezza. Il settore esterno alle mura in quest’area era occupato da un bacino artificiale retrostante il porto che si ipotizza sorgere proprio in questa zona. Strutture murarie ortogonali alle mura e protese verso il mare delimitavano tale bacino difendendolo ed evitandone l’insabbiamento.
In corrispondenza dell’ area sacra ad Afrodite a Marasà Sud sorgeva la «porta di Afrodite», costituita da un varco difeso da due torri in cui sfociava l’asse viario monte-mare corrispondente pressappoco alla stradella campestre che attraversa oggi la zona. Essa risultava sulla traiettoria del tratto di mura arretrato rispetto alla linea della restante cortina a causa della rientranza a gomito in corrispondenza dell’edificio religioso della "stoà ad U". In posizione avanzata, sulla linea della cortina, vi era un secondo varco per la canalizzazione delle acque, che in età ellenistica, dopo l’abbandono di tutta la parte a monte delle mura, divenne la porta principale protetta da due torri tetragonali.
A circa 200 m verso Est si trovava la «porta portuense», realizzata nella seconda metà del VI sec. a.C. con un rifacimento dopo due secoli e costituita da un varco pedonale, nel quale sfociava un percorso stradale che penetrava in città dando accesso al non lontano santuario di Marasà, e da un passaggio per l’acqua, costituito da un apprestamento che le convogliava verso l’esterno impedendo che indebolissero le mura stesse.
Il tratto di mura monte-mare a Nord Est, di circa 2,5 km, è stato messo in luce in contrada Parapezza, dalle spalle del Museo sino al santuario di Marasà; il suo orientamento è indipendente dall’impianto urbanistico e forse legato all’andamento di un piccolo corso d’acqua che in antico scendeva dalle colline raccogliendo le acque dei valloni Saitta e Polisà. Si caratterizza per la presenza di una torre quadrangolare all’angolo con il braccio di mura parallelo alla costa e una torre circolare di protezione di una porta, nella quale sfociava una grande strada (messa in luce a Centocamere) che collegava l’area urbana alle necropoli e alla chora. Poco più a monte del varco era addossata una scala che permetteva di raggiungere il cammino di ronda sulle mura.
Il tratto di mura monte-mare a Sud Ovest, di circa 2,5 km, è stato sfruttato, nel corso dei secoli, come percorso stradale, e ai giorni nostri vi si sovrappone la strada provinciale per Portigliola, circostanza che ha permesso una parziale esplorazione della struttura.
La datazione di tale tratto di mura è stata resa possibile dal rinvenimento, in contrada Quote S. Francesco, di un piccolo deposito votivo effettuato al momento della costruzione delle mura stesse, evidentemente posta sotto la protezione delle divinità, con materiale, ora la Museo di Locri, databile poco dopo la metà del VI sec. a.C.
Più a Nord è stato identificato un varco, con stipiti in blocchi di calcare, dal quale si dipartivano due strutture parallele ed oblique alle mura con funzione di contenimento di un passaggio di acqua, forse un piccolo corso discendente dalle colline, il quale, se non incanalato, rischiava di indebolire le fondazioni delle mura stesse.
Più a monte si sono rinvenute le fondazioni di un avancorpo rettangolare interpretabile come una torre, costruita a difesa di un’ipotetica porta nella quale doveva sfociare uno degli assi principali nell’assetto urbanistico locrese, la grande strada che correva ai piedi delle colline parallelamente alla linea di costa oggi ricalcata dalla strada del Dromo.
LE MURA IN COLLINA
A monte del Dromo, il percorso naturale che corre ai piedi delle colline parallelo alla linea di costa, le mura seguono la morfologia delle colline, disponendosi sul ciglio dei rilievi per sfruttare appieno i dislivelli naturali. Sull’altura di SO esse salgono sulla vetta di Castellace, dove un massiccio torrione dominava su tutto il territorio locrese e la costa antistante, poi ridiscendono nello stretto e profondo vallone Milligri, risalgono sulla collina di Abbadessa per ridiscendere al fondo del vallone Saitta-Abbadessa, ed infine risalgono sull’altura di NE, dove, sulla vetta della Mannella, sorgeva la torre Marzano.
La torre di Castellace. La collina di Castellace rappresenta uno dei punti più strategici dell’intero sistema di fortificazioni locrese, dominando tutto il territorio della colonia e permettendo la visione del tratto di costa compreso tra il capo Bruzzano (l’antico capo Zefirio) e la rupe di Roccella Jonica.
Su di essa venne edificata una torre di grande impegno monumentale, cui si affiancò, in un secondo momento, una torre di dimensioni minori.
Il torrione originario è costituito da un grande basamento di forma quadrangolare irregolare di 13 m x 11, con muri perimetrali larghi ben 4,50 m costituiti di blocchi di arenaria squadrati posti di testa per offrire la massima resistenza. Sul basamento si innalzava un elevato di forma più regolare, con muri di larghezza minore ma pur sempre eccezionale. Il vano interno, almeno sino al piano inferiore, era colmato da un riempimento di terra frammista a schegge di arenaria (emplekton).
Come per i tratti di mura che ad esso si innestano, non è ancora chiaro se tale torrione sia stato previsto sin dal progetto iniziale delle mura di cinta locresi, databile nell’avanzato VI sec. a.C., o se sia stato costruito in un momento successivo.
Con più probabilità si può riferire ai lavori di rafforzamento delle fortificazioni condotti in età ellenistica; la seconda torre, minore per dimensioni (6 m x 8) e per larghezza dei muri perimetrali. Tale torre fu addossata al lato NE di quella più antica, incassando sulle pareti di questa le sue fondazioni.
La torre di casa Marzano. La collina della Mannella rappresenta uno dei capisaldi del sistema difensivo locrese: sulla sua sommità fu eretta un’importante torre circolare, ed il suo ciglio settentrionale fu rafforzato da un’ulteriore torre, denominata “di casa Marzano” dal nome del proprietario della casetta colonica, ora demolita, costruita inglobando i resti della struttura antica.
Tale torre, di 9 x 8 m, è costituita da due vani quadrangolari accostati, come la torre di Castellace; il basamento aveva struttura piena, colmata da un riempimento di terra frammista a schegge di arenaria (emplekton), e muro perimetrale verso monte di spessore maggiore rispetto agli altri tre, in modo da sorreggere la spinta del terreno del soprastante pendio.
La sua cronologia è incerta, anche se, per ragioni strutturali, si può affermare che essa sia stata edificata in un momento successivo alla costruzione del tratto delle mura a cui si addossa.