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Magna Graecia

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Epoche

LINEAMENTI GENERALI DELLA STORIA GRECA DELLE COLONIE DI CALABRIA


LOTTE PER IL PREDOMINIO: LA CADUTA DI SIRIS

Ad un periodo iniziale di assestamento, in seguito alle fondazioni delle prime e più importanti colonie greche di Calabria, seguì una fase caratterizzata da aspre lotte per la supremazia, conseguenza del non sempre pacifico sviluppo interno delle singole poleis. Già all’inizio del VI sec. a.C., infatti, città come Locri, Crotone, Sibari, Siri, Metaponto e Taranto avevano raggiunto grande potenza e splendore, con interessi economici che si estendevano, per alcune di esse, fino al Tirreno; per altre, nelle zone dell'interno nord-occidentale, per altre ancora consistevano nella sorveglianza delle rotte proprie dei grandi commerci con l’Ellade. Furono proprio tali interessi e la sete di predominio a determinare le rivalità fra le poleis che culminarono nei tre principali avvenimenti politico-militari che si verificarono nel VI e nel V secolo a.C.: la conquista di Siri, la sconfitta di Crotone nella battaglia della Sagra e la rovina di Sibari.
L’insediamento a Siri entro la metà del VII secolo di coloni di origine ionica provenienti da Colofone, caduta sotto il dominio dei Lidi, era stato forse favorito, come quello di altri achei a Metaponto, dalla stessa Sibari. Allo sviluppo agricolo della colonia nella fertile pianura solcata dal Sinni e dall’Agri ed alla sua rapida espansione sul versante ionico fino al Bradano, si era aggiunta una profonda penetrazione commerciale nel vastissimo retroterra interno lungo le ampie vallate di questi fiumi, per larga parte navigabili, fino a trovare al di là di Sala Consilina e del Vallo di Diano uno sbocco sul Tirreno, che sembrerebbe essersi concretizzato nella creazione di una base stabile a Pissunte alle foci del Busento, nel golfo di Policastro. Tali risorse avevano consentito a Siri nel giro di sole due o tre generazioni di eguagliare quasi Sibari per floridezza, se la tradizione antica aveva messo sullo stesso piano la tryphé delle due città e se il Sirita Damaso, come il sibarita Smindiride, aveva ardito aspirare alla mano della figlia del tiranno di Sicione Clistene, verso il 575-70 a.C., così come testimonia Erodoto.
Ma la vivace intraprendenza dei Siriti e l’importanza economica e strategica del territorio da essi controllato non poterono non urtare gli interessi economici di Sibari e Metaponto, che intrapresero la guerra unite in alleanza anche con Crotone.
È senz’altro più difficile dire quali interessi abbiano potuto indurre i Crotoniati a partecipare alla conquista di Siri, dal momento che solo le due confinanti si impadronirono del territorio assoggettato: a Sibari infatti venne incorporata la parte meridionale della Siritide, compresa la città e il porto; la parte settentrionale passò invece a Metaponto; entrambe si assicurarono il controllo del relativo entroterra più lontano, ma soltanto Sibari ottenne gli sbocchi tirrenici.
Proprio l’affermarsi del controllo sibarita in questa area intermedia tra Posidonia e Lao dimostra che, accanto ai più evidenti interessi territoriali sul versante ionico, dovettero essere operanti in questo conflitto grossi interessi anche su quello tirrenico, i quali furono probabilmente prevalenti nella prospettiva crotoniate, visto che la sua espansione territoriale possibile era ormai solo in quella direzione. Lo stesso aiuto prestato da Locri in questa guerra a Siri si giustifica nel tentativo della comune difesa dei territori tirrenici delle due città, rispettivamente insidiati dalle basi sibarite di Lao, Scidro e soprattutto Posidonia e dal tentativo crotoniate di ritagliarsi un proprio spazio nel territorio dei Lametinoi, sottraendolo completamente al controllo di Ipponio. Alla base, comunque, della partecipazione di Crotone alla guerra contro Siri doveva esserci ancora una piena solidarietà reciproca fra le città achee fondata su interessi convergenti, di cui non c’è più traccia per la guerra successivamente mossa da Crotone a Locri.


LA BATTAGLIA DELLA SAGRA

Uno degli eventi più famosi della storia politica della Magna Grecia fu, infatti, la guerra fra Crotoniati e Locresi, che si concluse con la battaglia presso il fiume Sagra, intorno alla metà del VI secolo a.C.
Giustino (XX 2, 10-3, 9) presenta lo scontro come una ritorsione di Crotone ad un attacco locrese al tempo delle ostilità contro Siri, ma sembra più plausibile supporre una volontà da parte della polis  achea di espandere il proprio dominio e consolidarsi rispetto alla città di Sibari, che dalla conquista di Siri aveva ottenuto i più grossi vantaggi. In base al resoconto dello storico, emerge infatti con chiarezza che la guerra fu promossa da Crotone senza la solidarietà delle sue precedenti alleate. E' probabile che gli interessi dei Crotoniati fossero volti al controllo di una via istmica verso il Tirreno: ciò spiega le motivazioni dell’intervento in aiuto dei Locresi da parte di Reggio, forse preoccupata di una eventuale espansione di Crotone fino ai propri confini. In quell’occasione tutto il mondo dorico dimostrò a Locri la propria solidarietà, peraltro non concretamente quantificabile sulla base delle leggende sorte intorno all’incredibile vittoria riportata dal modesto esercito locrese sulle preponderanti forze crotoniati: poche migliaia di uomini riuscirono a stringere i 120 o 130.000 aggressori tra mare e monti, volgendoli in fuga. La vittoria locrese valse a bloccare le mire espansionistiche crotoniati, pur non comportando probabilmente riduzioni territoriali per Crotone.
All’interno della polis, invece, le ripercussioni della sconfitta dovettero essere sensibili, così come testimoniano Strabone e Giustino, ma tutto sommato di breve durata se già nel 548 e poi nel 540 e nel 532 a.C. si registrano vittorie olimpiche di atleti crotoniati e si riscontra, nel medesimo periodo, la coniazione delle prime monete incuse con il tripode, simbolo dell’Apollo delfico.
Intorno al 529 a.C., poi, si colloca l’arrivo di Pitagora, che stando a Giustino e a tutta la tradizione relativa al filosofo, segnò per la città di Crotone una svolta decisiva. Egli, che aveva lasciato la sua patria Samo dopo l’avvento in essa del tiranno Policrate (ca. 532 a. C.), durante il suo ventennale soggiorno a Crotone non si limitò a dare vita alla famosa scuola filosofica, ma cercò anche di orientare la locale aristocrazia secondo la propria visione politica dello stato, introducendo norme che, attraverso la limitazione del lusso e l’ampliamento della partecipazione politica ai ceti medi, miravano a scongiurare qualsiasi contrasto sociale (stásis), che spesso si rivelava la causa dell’insorgere della tirannide, della quale Pitagora era un irriducibile avversario.
La riorganizzazione sociale operata dal filosofo gettò le basi per la ripresa di Crotone e per la sua imponente vittoria su Sibari del 510 a.C.


LA DISTRUZIONE DI SIBARI

Risollevandosi dall'umiliazione subita nella battaglia della Sagra, la polis di Crotone, anche in virtù della presenza di Pitagora, andava ritrovando coesione e stabilità interna, allacciava o rivitalizzava rapporti con centri importanti della Grecia, come Delfi e Sparta, e dava inizio alla sua attività monetaria, iniziando così ad aspirare al controllo delle grandi vie di commercio, le più ricche delle quali erano fino ad allora predominio indiscusso di Sibari. Quest'ultima, conosceva allora il periodo di più vivace dinamica sociale ed intraprendenza economica, grazie anche all’accresciuta dimensione territoriale conseguente alla vittoria su Siri e alle nuove possibilità di scambi e commerci che essa aveva procurato. Ciò aveva anche causato il consolidamento e l’ampliamento di una classe media in buona parte composta da artigiani e commercianti, che aveva lentamente acquisito peso nella vita politica della città sottraendolo all’aristocrazia terriera. Del contrasto emerso in Sibari fra le varie fasce sociali, seppe approfittare un certo Teli, che doveva essere un nobile, se sua figlia era fidanzata con l’olimpionico crotoniate Filippo di Butace. Costui, appoggiando le rivendicazioni popolari, ottenne la tirannide con un colpo di stato in cui rimasero uccisi alcuni aristocratici sibariti legati da vincoli d’amicizia a Pitagora, furono mandati in esilio i cinquecento cittadini più ricchi e confiscate le loro terre. Crotone, su ispirazione di Pitagora, prese subito posizione contro il tiranno, concedendo asilo per alcuni anni agli oligarchici sibariti esuli e  appoggiando le loro iniziative per tentare di abbatterlo. E quando Teli, evidentemente preoccupato dall’attività degli esuli che minacciava la stabilità del suo potere, ne pretese la consegna, fu soprattutto Pitagora ad intervenire presso i Crotoniati perché il diritto di asilo dei supplici venisse rispettato e si affrontasse la guerra contro il tiranno per salvarli. Lo scontro ebbe luogo intorno al 510 presso il fiume Traente e volse immediatamente a favore dei Crotoniati, grazie al cedimento della numerosa cavalleria sibaritica e alla rivolta civile che subito scoppiò in Sibari con l’eliminazione violenta di Teli e dei suoi sostenitori. I Crotoniati, subito dopo, assediarono la città per settanta giorni, al termine dei quali Sibari fu rasa al suolo, in contrasto con le aspirazioni di Pitagora e dei suoi seguaci, i quali intendevano far rientrare nel territorio della polis 'liberato' dalla tirannide, gli esuli perché vi ripristinassero un governo oligarchico di stampo pitagorico. Stando alla tradizione, nell’esuberanza della vittoria i Crotoniati fecero addirittura deviare il corso del fiume Crati per sommergere ciò che di Sibari ancora restava. Gli esuli sibariti poterono rientrare in patria, ma persero probabilmente le loro proprietà che, come il resto della terra migliore della Sibaritide dovettero essere annesse a Crotone e lottizzate, provocando così l’esodo di massa della numerosa popolazione sibaritica verso le colonie tirreniche.
Oltre alla Sibaritide con la parte annessa della Siritide, dovettero allora passare sotto il dominio crotoniate le città di Crimisa, Petelia, Chone al di sotto del Traente, e anche l’area enotria interna di Pandosia e l’area tirrenica controllata da Temesa, eccetto i territori posti a nord di quest’ultima.
La mancata espansione di Crotone sino a quelli che erano stati i confini tirrenici settentrionali dell’arché di Sibari contribuisce a confermare l’impressione che l’aristocrazia terriera crotoniate fosse soprattutto interessata alle risorse agricole e minerarie del territorio di Sibari, non ai suoi lontani mercati e sbocchi tirrenici. Il vuoto lasciato, dunque, dalla potenza sibarita non poté essere colmato da nessuna altra forza ed in breve tempo tutto il sistema commerciale in Magna Grecia cambiò notevolmente.


ANASSILAO E MICITO

Così come la tirannide, Teli a Sibari aveva, alla fine del VI secolo a.C., provocato profondi sconvolgimenti nella Calabria settentrionale, anche l’avvento della tirannide a Reggio sul principio del nuovo secolo venne, da un lato, ad alterare i rapporti fra le città meridionali della regione e, dall’altro, a creare i presupposti per le prime interferenze politiche esterne. In un primo momento, così come documentano i reperti numismatici, la polis reggina tentò di espandere la propria influenza anche nell’area tirrenica settentrionale del passato dominio di Sibari sulla quale come s’è visto Crotone non aveva esteso la sua egemonia. Assieme a Reggio anche Zancle, ad essa economicamente legata fino a tutto il VI secolo, sembra partecipe di questo tentativo di inserimento nei mercati italioti, dal momento che nello stesso periodo inizia a utilizzare le medesime tecniche di monetazione. Gli stretti rapporti fra le due città dello Stretto, che anche questo dato monetario concorre a documentare, si inasprirono poi, per motivi che non conosciamo, e sfociarono in una sconfitta militare di Reggio attestata da due dediche degli Zanclei ad Olimpia. È probabilmente all’indomani di tale sconfitta che un esponente di rilievo del gruppo messenio in Reggio, Anassilao, occupò militarmente l’acropoli e si fece tiranno: in base a precise indicazioni di Erodoto e di Diodoro si può datare il suo avvento al potere al 494 a.C.
Dopo un primo tentativo fallito, Anassilao riuscì a conquistare Zancle, ribattezzandola Messana e ad allearsi con Terillo, tiranno di Imera, del quale sposò la figlia. Al tempo stesso egli si preoccupò di portare avanti una politica di espansione militare anche in Calabria ai danni dei confinanti territori locresi, nel tentativo di ampliare l’angusto territorio reggino. La sua vittoria su Locri è testimoniata da altre quattro dediche votive a nome di Reggini e Messani trovate ad Olimpia, che però nulla dicono di quale fronte fosse stato quello utilizzato per l’attacco da Anassilao. Probabilmente, più che sul confine ionico, ancora a quest’epoca probabilmente segnato dal fiume Kaikínos (forse la fiumara di Amendolea), Anassilao sferrò l’attacco sul confine settentrionale tirrenico, in direzione di Metauro, perché i suoi interessi erano prevalentemente orientati sul Tirreno. Un attacco in tale direzione, infatti, apriva l’accesso ai Reggini ad una parte della fertile pianura dell’odierna Gioia Tauro, e poteva essere legittimato dal fatto che Metauro era in origine una colonia calcidese. Con ogni probabilità, fu proprio a causa di tale offensiva che i Locresi strinsero in funzione antireggina quella alleanza militare con Siracusa che rimase un punto fermo nella loro politica estera per i centocinquanta anni successivi. Fin dal 485 in Siracusa, inserendosi abilmente come mediatore in una lotta tra i diversi strati sociali, si era insediato da tiranno il Dinomenide Gelone, che aveva lasciando al fratello Gerone la signoria precedentemente esercitata su Gela. Costui combatté vittoriosamente contro i Cartaginesi guidati da Amilcare, anche perché le armate di Selinunte e Reggio non giunsero in tempo. La vittoria ottenuta da Gelone a Imera gli consentì  di rivendicare a Siracusa il ruolo di città egemone e di stato guida del mondo greco-coloniale d’Occidente e non solo tolse ad Anassilao ogni aspirazione all’egemonia, ma comportò anche la subordinazione degli interessi commerciali reggini alle esigenze di Siracusa.
È fuori dubbio che tutto ciò abbia comportato per l’economia reggina dei riflessi negativi, che si possono indicare principalmente nella flessione dell’artigianato locale per la forzata rinuncia ai suoi tradizionali mercati e nella diminuzione degli introiti che la città traeva dal porto; esso, infatti, pur restando per la sua posizione geografica un passaggio obbligato da e per il Tirreno, sembra essere stato sostituito soprattutto da quello di Siracusa nella funzione di principale base di appoggio, di emporio e di mercato di ridistribuzione per le correnti di traffico attiche e corinzie. La guida della città reggina passò successivamente nelle mani di Micito, tutore dei figli di Anassilao, che non erano ancora in età di governare.
Anche quest'ultimo si adoperò per rendere nuovamente stabile l'autorità di Reggio nei territori del basso Tirreno e rivolse la sua attenzione anche all'area della Sibaritide, minacciata, dopo la vittoria navale di Gerone a Cuma sugli Etruschi del 474 a.C., dall’occupazione siracusana di Pitecusai (Ischia) e dalla creazione col concorso siracusano di una colonia cumana a Napoli, che coronavano, ampliavano ulteriormente il predominio geroniano sull’Italia meridionale. Proprio per questo, Micito strinse alleanza con la città di Taranto, che pure mirava al controllo del territorio di Sibari. Tuttavia, la sempre più massiccia penetrazione lucana nel Sud determinò un duro scontro tra Taranto e gli Japigi nel 473 a.C. Reggio lottò dunque a fianco dei Tarantini, ma l'esito fu una dura sconfitta per le città alleate ed un grave disastro militare. Successivamente, nel 468, Gerone convinse i figli di Anassilao, ormai maggiorenni, ad assumere essi stessi il potere, allontanando Micito e chiudendo così la breve fase di opposizione reggina a Siracusa.


LA FONDAZIONE DI TURI

Nel 446/5 a.C. i Sibariti, in base al racconto di Diodoro, scacciati dalla loro patria mandarono ambasciatori in Grecia agli Spartani ed agli Ateniesi per chiedere che li sostenessero nel rimpatrio e diventassero partecipi dell’apoikía (colonia). Al disinteresse mostrato dagli Spartani per l’iniziativa corrispose la pronta adesione di Atene, che trovava giustificazione in quella direttiva ‘occidentale’ che, già avviata da Temistocle, era operante all’interno della politica estera ateniese sin dai primi anni del governo di Pericle, anche attraverso le alleanze stipulate con Reggio e Leontini. La richiesta fu fatta ad Atene in un anno quanto mai difficile, sia per la rivolta dell’Eubea, di Megera, Sicione, Epidauro, sia per l’invasione spartana dell’Attica fino ad Eleusi.
Forse anche per questo l’adesione di Atene fu immediata e senza riserve: essa, infatti, poteva controbilanciare la forzata rinuncia ai porti della Megaride e all’Acaia, sancita nella pace trentennale allora stipulata con Sparta, mettendo a disposizione degli Ateniesi uno scalo sicuro sullo Ionio e il territorio più fertile e ricco della Magna Grecia.
Già al momento della fondazione e della conseguente spartizione dei lotti, si crearono insanabili contrasti tra gli 'antichi' Sibariti e i nuovi coloni i quali, vedendosi sottratte le magistrature e gli appezzamenti di terreno più grandi e produttivi, costrinsero con le armi i Sibariti ad espatriare nuovamente e a fondare la propria città sul fiume Traente e a gravitare così nell’orbita dei territori controllati da Crotone. I coloni ateniesi, rimasti soli, si rivolsero dunque a Pericle affinché inviasse loro altri coloni, sia per adeguare il numero degli abitanti alle potenzialità del territorio, sia per rispondere alle impellenti esigenze di difesa. Fu dunque effettuato un bando panellenico che, coinvolgendo nell’impresa accanto a Ioni anche greci di stirpe achea e dorica, mirava anche a smussare eventuali e prevedibili resistenze delle città vicine, soprattutto Crotone e Taranto. Certo in questo nuovo esperimento coloniale furono chiamati gli uomini di spicco negli ambienti politici e nei circoli culturali dell’epoca, tra cui l’architetto Ippodamo di Mileto, cui fu affidato il compito di progettare la pianta della città, il sofista Protagora di Abdera e lo storico Erodoto di Alicarnasso, che proprio nell’agorà  di Turi ebbe la sua sepoltura.


LA LEGA ITALIOTA E LE GUERRE CONTRO DIONISIO I DI SIRACUSA

Le colonie greche di Calabria diedero vita ad una Lega militare italiota, che lo storico Diodoro colloca sotto l’anno 393 a.C., per difendersi dalla duplice minaccia rappresentata dall’espansione dei Lucani e dagli interessi del siracusano Dionisio I, divenuto tiranno nel 406/5 a.C. Costui, dopo aver sventato sul nascere l’insurrezione dei cavalieri siracusani che tentavano di rovesciarlo e aver stipulato una pace – seppur temporanea – con i Cartaginesi, seguì una duplice strategia volta da un lato a rinforzare il suo dominio nella Sicilia orientale, attaccando città calcidesi (Nasso, Catane, Leontini) e centri siculi, e dall’altro a procacciarsi solidarietà e appoggi fuori dell’isola.
A tale scopo, egli aveva tentato anche di trarre dalla sua parte, per l’importanza strategica, sia Messana che Reggio, nonostante quest’ultima avesse in due occasioni (nel 404 e nel 399) mandato proprie truppe in Sicilia contro di lui, in sostegno dei suoi oppositori che speravano ancora di abbatterlo. Diodoro afferma, infatti, che nel 398 Dionisio aveva proposto ai Reggini di sposare una loro concittadina, promettendo in cambio ingrandimenti territoriali, che verosimilmente intendeva realizzare sul confine tirrenico a danno di Medma, piuttosto che sul confine ionico a danno della fida alleata Locri.
Al netto rifiuto reggino di accettare la proposta, il tiranno si rivolse ai Locresi, che furono pronti a destinargli Doride, figlia di Xeneto, uno dei cittadini di più illustre stirpe. Dionisio seppe compensare presto la fedeltà di Locri, conquistando per essa Medma e inserendo mille dei suoi cittadini nel gruppo di coloro cui fu affidata, nel 394, la ricostruzione di Messana, poco prima devastata dai Cartaginesi.  
La conquista di Medma lasciò pochi dubbi circa le ambizioni di Dionisio e convinse anche Reggio ed Ipponio ad aderire alla Lega italiota, che divenne strumento ufficiale della politica antisiracusana. L’attacco di Dionisio non si fece attendere: nel 390/89 a.C., subito dopo aver concluso una nuova pace coi Cartaginesi, egli diede inizio alla prima spedizione in Italia, alleandosi anche con i Lucani per impedire che le colonie italiote potessero portare aiuto a Reggio. Tale alleanza rafforzò molto i Lucani, i quali attaccarono la città di Turi che, dopo un primo parziale successo, riportò una terribile sconfitta. Dionisio sbarcò dunque con le sue truppe a nord di Locri, la polis alleata, si diresse verso Caulonia e facilmente la conquistò. L'azione determinò l'intervento di Crotone e delle altre città alleate contro Dionisio, che conseguì una grande vittoria nei pressi del fiume Elleboro, grazie alla quale si meritò anche la riconoscenza degli Italioti, visto che liberò senza neppure pretendere riscatto in denaro gli oltre diecimila soldati che, dopo un inutile tentativo di resistenza, gli si erano arresi e stipulò la pace con la maggior parte delle città, lasciandole però autonome. Distrusse però Caulonia e ne cedette il territorio ai Locresi, e la stessa cosa fece, nel giro di un anno, anche con il territorio di Ipponio (388 a.C.). Dopo avere in questo modo isolato Reggio dagli altri centri italioti, nel 387 Dionisio mosse all'attacco della città che, difesasi strenuamente per ben 11 mesi, fu alla fine costretta a cedere per fame. Il tiranno completò la sua opera negli anni immediatamente seguenti, conquistando Scillezio sul mar Jonio ed occupando e saccheggiando la città di Crotone.
Indebolite o distrutte la maggior parte delle forze greche d'Italia, toccò a Taranto assumere il comando della Lega italiota. La città si trovava allora sotto l’abile guida di Archita, la cui politica fu improntata al mantenimento di buoni rapporti sia con Dionisio I che con suo figlio, Dionisio II. Ciò aveva lo scopo di far fronte alla sempre maggiore pressione dei Lucani che, avendo vinto nella battaglia del Lao del 390-389 a.C., avevano poi conquistato varie città, tra le quali Petelia e Turi.
Sul finire della prima metà del IV sec. a.C. si ebbe dunque una reazione al dominio lucano, grazie all’intesa raggiunta tra Archita di Taranto e Dionisio II.


DALL’ETÀ DI DIONISIO II ALL’OCCUPAZIONE ROMANA (350-200 a.C.)

Alla morte di Dionisio I (367 a.C.), infatti, la città di Siracusa era passata nelle mani del suo successore, Dionisio II. Questi, però, aveva preferito lasciare il comando della città al cognato Timocrate e soggiornare a Reggio, Caulonia e Locri, ove furono costruiti splendide residenze per il tiranno. Nel frattempo, in tutte le città della Magna Grecia e della Sicilia soggette a Dionisio, le componenti contrarie al tiranno si rafforzavano, anche grazie alle notizie provenienti dalla stessa Siracusa: in essa infatti Dione, che aveva sposato Arete, sorella di Dionisio, capeggiava la rivolta contro il cognato. Le poleis italiote approfittarono dello scatenarsi della guerra civile a Siracusa per ribellarsi a loro volta: nel 351 il presidio siracusano fu allontanato da Reggio e nel 347 i Locresi trucidarono le guardie del corpo di Dionisio II e si proclamarono indipendenti. Strabone descrive la ferocia con cui a Locri si tentò di cancellare qualsiasi memoria dei precedenti rapporti con il tiranno, disonorandone le figlie, uccidendole e gettando in mare anche ciò che rimaneva dei cadaveri bruciati. La riacquistata indipendenza e la pausa dalle vicende belliche a metà del IV secolo a.C. non fu però foriera di una pace duratura, ma servì a preparare nuove e più difficili lotte, questa volta contro i Bretti. Costoro, infatti, si erano staccati dal grande gruppo etnico dei Lucani, nel 356 a.C., e avevano dato vita ad una loro federazione, con sede nell’odierna Cosenza, impossessandosi di quasi tutto l’entroterra calabro e poi di alcune zone costiere e conquistando le poleis di Terina, Temesa, Pandosia, Ipponio e Petelia.
Taranto, allora, prese l’iniziativa di rivolgersi a condottieri stranieri che, pur senza riportare vittorie definitive, la sostennero anche militarmente nella lotta contro i popoli italici: dapprima venne dalla madrepatria Sparta il re Archidamo (343 a.C.), il quale morì a Manduria dopo esser stato sconfitto; in seguito, nel 334/333 a.C., fu chiamato il re d’Epiro Alessandro il Molosso, zio di Alessandro Magno. Questi, dopo una prima serie di vittorie anche a danno dei Bretti, cui sottrasse Terina, morì a Pandosia, tra le acque del torrente Acheronte, nel 331/330 a.C. La sconfitta del Molosso rafforzò ulteriormente i Bretti, i quali iniziarono a fare pressioni anche su Crotone: la città, assediata, si rivolse a Siracusa e, grazie all’intervento del corpo di spedizione guidato dal giovane chiliarca Agatocle, poté salvare la propria indipendenza.
L'aiuto prestato da Agatocle contro i Bretti fece entrare Crotone nella sfera d'influenza della città siceliota ed a condividerne i continui mutamenti di governo, dalla fazione aristocratica a quella democratica, fino a quando, nel 317 a.C., Agatocle divenne tiranno a Siracusa ed il suo amico Menedemo s’impadronì di Crotone, forse anche grazie ad una intesa coi Bretti. Grazie a questo accordo ed alla guida di Menedemo, Crotone poté attraversare un periodo di tranquillità e di benessere, interrotto dalla conquista operata con l’inganno da Agatocle nel 295. Egli, infatti, fedele all’eredità di Dionisio I, concepì il grande disegno di formare un grande stato siceliota ed italiota sotto l’egida di Siracusa, che comprendesse l'intera Magna Grecia. Se però Dionisio I aveva avuto in Locri una fedele alleata e un comodo approdo per le forze terrestri che dovevano attaccare Reggio, Agatocle preferì ricorrere ad un espediente che gli consentisse di attestare saldamente il proprio esercito sul continente. Approfittando della buona fede di Menedemo e dei numerosi amici che gli erano rimasti fedeli a Crotone, fece sapere che avrebbe sostato nella città durante il viaggio per accompagnare la propria figlia Lanassa, che andava in sposa a Pirro, re dell’Epiro. L’accoglienza alla flotta siracusana fu festosa, ma una volta sbarcate le truppe, la città fu oggetto di un attacco furioso, durante il quale le case furono saccheggiate e molti Crotoniati furono uccisi. L'occupazione siracusana durò fino alla morte dello stesso Agatocle nel 289, ma la libertà riconquistata non durò a lungo: all'orizzonte si profilarono la minaccia brettia e, dense di ben più gravi conseguenze, le legioni romane. La morte di Agatocle, infatti, aveva fatto ripiombare nello sconforto gli Italioti, che ancora una volta si ritrovavano privi di protezione. Turi, ripetutamente attaccata dai Lucani, chiese dunque aiuto a Roma, ponendosi sotto la sua protezione e accogliendo, così come fecero anche Crotone, Locri e Reggio, un presidio romano all’interno delle proprie mura. Tale situazione non era ovviamente gradita ai Tarantini, che temevano le ingerenze sempre più evidenti di Roma: in questo periodo, infatti, la polis godeva di grande prosperità e per salvaguardare la propria indipendenza aveva stipulato con i Romani un trattato in virtù del quale questi ultimi si impegnavano a non oltrepassare Capo Lacinio, presso Crotone. Tuttavia, nel 282 a.C., una flottiglia di dieci navi romane, comandata da Lucio Valerio, navigava nelle acque del golfo di Taranto e fu subito attaccata dai Tarantini che ne affondarono quattro e ne catturarono una. Gli ambasciatori romani, venuti a Taranto per chiedere riparazioni per le offese subite, non ottennero che ingiurie e tale episodio offrì il pretesto per l'apertura delle ostilità. Taranto, consapevole della propria inferiorità, si rivolse anche questa volta ad un condottiero straniero e chiamò in soccorso Pirro, re dell'Epiro. Costui aveva sposato Lanassa, la figlia di Agatocle, e nutriva ambizioni molto vaste, sia rispetto alla Magna Grecia che la Sicilia. Le azioni del condottiero inizialmente ebbero esito positivo e Pirro riportò la vittoria ad Eraclea, incoraggiando così le defezioni di Locri e Crotone, che scacciarono il presidio romano. Tuttavia, allorché Pirro accorse in Sicilia per difendere le città dagli attacchi Cartaginesi, i Romani ottennero numerose vittorie contro Lucani e Bretti e riconquistarono anche Locri e Crotone. Dopo estenuanti battaglie contro i Cartaginesi, Pirro rientrò, pur dopo numerose difficoltà e fiaccato da tante perdite, a Taranto, ma subì la bruciante sconfitta di Maleventum, ribattezzata nell’occasione dai Romani Beneventum. L’Epirota ritornò dunque in patria, dove trovò la morte in battaglia, lasciando così a Roma la possibilità di mettere ordine in Magna Grecia e di godere i frutti di una lunga e sanguinosa guerra: con la caduta di Taranto (272 a.C. circa), costretta ad accogliere una guarnigione romana e a mettere a disposizione della città vincitrice la propria flotta, e la sconfitta di Reggio (270 a.C.), stretta d’assedio e riconquistata, tutta la Calabria fu costretta ad accettare l’alleanza romana, perdendo così a poco a poco l’indipendenza politica. Da questo momento in poi Roma, attraverso la sua politica e con l'uso di raffinati strumenti giuridici, consolidò la propria posizione, sia nei confronti degli Italici che degli Italioti: i Romani, infatti, non pretesesero dai Bretti oneri militari, e con le città greche di Calabria intrattennero rapporti privilegiati, con foedera basati su un sistema di alleanze che garantivano una certa dignità politica, l'autonomia interna sia sul piano amministrativo che su quello religioso, mentre solo relativamente alla politica estera Roma si riservava il diritto di decidere. Pertanto, placate le lotte interne, il sud della penisola si avviava a godere di un periodo di pace. La vittoria contro Pirro, però, aveva proiettato Roma in un più vasto orizzonte politico e territoriale, fatto di nuovi interessi e di grandi ambizioni: ciò impediva di accettare supinamente la supremazia e l'egemonia punica in Sicilia. L'occasione per lo scoppio della guerra fu determinata dall'arrivo delle truppe romane guidate dal tribuno Caio Claudio, in aiuto dei Mamertini che ne avevano fatto esplicita richiesta per contrastare l'invadenza del presidio dei Cartaginesi. La guerra durò ben 23 anni, dal 264 al 241 a.C., e si configurò ben presto come una lotta per il possesso di tutta la Sicilia che, alla fine delle ostilità, divenne la prima provincia romana. Nel corso del conflitto la Calabria, proprio in virtù della sua posizione geografica, ricoprì un ruolo di primo piano: infatti, posizionata a ridosso di quello che fu il teatro delle ostilità, essa diede ospitalità e rifornì le truppe, oltre a procurare materie prime per la costruzione di imbarcazioni. Proprio per questo, come riferisce Polibio, Amilcare Barca effettuò numerose scorrerie ed operazioni di disturbo nel territorio locrese, nonché nel Bruzio in generale, con il chiaro intento di creare disagi ai Romani in un territorio a loro funzionale.
Nel 218 a.C. la città di Ipponio fu attaccata ed il suo territorio devastato dalle truppe Cartaginesi, proprio all'alba della seconda guerra punica. A partire da quel momento non tardò a manifestarsi la crisi negli appoggi da parte delle popolazioni alleate, che cercavano così di riconquistare l'autonomia perduta. Dopo la terribile sconfitta romana di Canne (216 a.C.) ci fu l’abbandono dell’alleanza con Roma da parte di numerose città: nel 212 a.C. tutta la costa greca, da Locri a Caulonia, da Crotone a Petelia e Turi, si era piegata ad Annibale. Tra il 206-203 a.C. i Romani riconquistarono le città italiote alleate di Annibale e questi lasciò l’Italia salpando da Crotone ma prima di partire fece incidere in punico e greco i commentari della proprie imprese nel tempio di Hera Lacinia a Crotone. La successiva sconfitta di Annibale a Zama aprì nuovi scenari, offrendo a Roma la possibilità di riesaminare la situazione dei territori conquistati e procedere soprattutto ad una riorganizzazione di questi ultimi. I primi a pagare un alto prezzo per il tradimento nei confronti dei Romani furono i Brettii, che per la maggior parte si erano schierati con il nemico ed erano riusciti a creare, attraverso imboscate e operazioni di disturbo, non poche difficoltà. Come prima reazione vi fu la confisca di numerose terre che andarono ad incrementare l'ager publicus populi Romani; poi la distruzione dei centri fortificati ed il conseguente scioglimento della confederazione. Un diverso trattamento fu riservato alle città italiote: Roma mantenne in vita alcune poleis, come Reggio e Locri, mentre altrove, nei luoghi in cui vi erano città greche ormai storicamente esauste, dedusse colonie (come le colonie latine di Vibo Valentia e Copia sul luogo delle precedenti Ipponio e Turi, e le colonie romane a Temesa e Crotone), destinando l’agro Turino e il Bruzio alla colonizzazione. La subordinazione a Roma è dimostrata anche dal ritrovamento in Calabria di copie ufficiali delle leggi promulgate dal senato di Roma, come, ad esempio, il Senatus Consultum de Bacchanalibus in area bruzia. Lo stesso valore ha la diffusione della lingua latina nella redazione di leggi municipali nella seconda metà del II secolo, come attesta quella rinvenuta sporadicamente nella pianura del fiume Mesima; e così anche l’apertura della via pubblica da Reggio a Capua.
Ma i rapporti tra le città italiote e l’antica madrepatria Grecia non si interruppero del tutto, almeno durante il II sec. a.C., come dimostra un’epigrafe ritrovata a Delfi, che registra i luoghi visitati dagli ambasciatori delfici fra i quali anche Petelia, Locri e Reggio.
La politica seguita da Roma, che mostrerà sempre più un carattere unificatore e omogeneo, attraverso la municipalizzazione e l’urbanizzazione, fu determinata da vari fattori, quali il progressivo declino dei centri greci in Calabria, l’aumentare della coscienza dei propri diritti fra gli Italici e l’attenzione romana per il problema dell’assetto del territorio.

 

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