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LA COLONIZZAZIONE GRECA IN CALABRIA


Grazie alla loro esperienza di navigatori maturata già durante l’età micenea, i Greci avevano acquisito entro la fine del II millennio a.C. una vasta conoscenza delle coste mediterranee. La straordinaria capacità di spostarsi, adattarsi ed inserirsi in realtà socio-economiche nuove e diverse, l’intensa attività mercantile e la strenua ricerca di metalli, avevano favorito gli scambi in Occidente tra le genti greche e le popolazioni indigene: a tale complesso di rapporti si è soliti assegnare il nome di "precolonizzazione".
A partire da tali esperienze, i Greci dell’VIII secolo a.C. derivavano quelle conoscenze geografiche ed etnografiche della penisola italiana, che li guidarono alla colonizzazione della Sicilia e dell’Italia meridionale. Tuttavia è bene specificare che la colonizzazione greca di età arcaica fu un evento profondamente diverso e nuovo rispetto alle frequentazioni di regioni del Mediterraneo di età micenea. Diversi, infatti, sono gli elementi e le problematiche che vanno tenute in considerazione nell’analisi di tale fenomeno: esse riguardano innanzitutto le condizioni demografiche, socio-economiche e politiche delle città promotrici dello stanziamento; l’articolarsi e il rapportarsi delle diverse esigenze economiche compresenti, anche se in diversi gradi e forme, in tutte le colonie; i rapporti con l’ambiente e con le popolazioni locali; i rapporti con la madrepatria; il peculiare atteggiamento psicologico dei Greci rispetto alla migrazione.
In effetti, molteplici cause concorsero allo sviluppo della trasmigrazione coloniale greca in Calabria: di particolare rilievo furono certamente la povertà e l’insufficienza dei suoli coltivabili nelle regioni d’origine, spesso afflitte dai problemi derivanti dalla sovrappopolazione e dalla concentrazione delle proprietà terriere nelle mani di pochi, con il conseguente depauperamento dei piccoli agricoltori.

Oltre alla ricerca di nuove terre, un forte impulso alla colonizzazione provenne dall’esigenza di ampliare le possibilità di commercio e dal desiderio di quanti si proponevano di migliorare il proprio status sociale.
L’insieme di tali fattori determinò la scelta delle aree da colonizzare, spingendo migliaia di emigranti greci nelle fertili pianure dell’Italia meridionale per crearvi una serie di prospere colonie all’interno e al di sotto del golfo di Taranto. Queste coste offrivano, infatti, buoni approdi e possibilità di stanziamenti sicuri; le condizioni naturali erano, inoltre, favorevoli alla primaria attività produttiva, l’agricoltura, e alla pesca lungo le coste; con facilità potevano essere poi praticati la caccia e l’allevamento del bestiame bovino, come attesterebbero anche i passi di Teocrito sui pastori sibariti, e c’era abbondanza di riserve boschive da cui trarre il legname, come nel caso della cittadina di Caulonia nella quale, stando a Tucidide, i Siracusani distrussero grandi cataste di legname destinato agli Ateniesi. Per quanto concerne la vigna e il vino, è da ricordare un' esplicita menzione di Timeo riguardo a un complicato sistema per il trasporto del vino, prodotto nelle campagne di Sibari, fino alla città. Un’altra fondamentale tipologia di interesse commerciale è quella legata alla ricerca di materie prime, basti pensare alle cave di rame di Temesa, la cui fama ha lasciato traccia in Omero, al commercio della pece tratta dall’area montana interna della Cauloniatide e della Locride, o alla ricerca di vene d’argento, ovunque fossero disponibili.
È stato rilevato che la scelta dei siti di tutte le colonie stabilitesi in Calabria rivela il preciso interesse a possedere un territorio confacente alle esigenze di difesa e di facilità di coltivazione del nucleo coloniale: le fonti narrano che l’ecista di Crotone, invidiando la posizione di Sibari, ripiegò su un territorio geomorfologicamente simile; la colonia locrese fu impiantata in una conca irrigata e protetta; la posizione della sola Reggio, abbarbicata sulle pendici dell’Aspromonte, sembra rispondere piuttosto a motivi di sicurezza, garantendo il controllo del traffico attraverso lo Stretto.
Tale scelta, oltretutto, interessò un ambiente geografico molto simile ai luoghi di partenza: i Greci, infatti, popolarono dapprima solo le regioni costiere dove era possibile praticare le stesse colture della madrepatria, inoltrandosi solo successivamente nell’interno, al fine di stabilire dei collegamenti tra un versante e l’altro. Le colonie fondate furono città in tutto simili alle rispettive madrepatrie, ma al tempo stesso indipendenti da esse. Per quanto, invece, riguarda i rapporti con le popolazioni indigene preesistenti, non vi fu ovviamente univocità, ma caso per caso si innescarono condizioni di contrasto o di accordo, di lotta o di pacifico scambio e collaborazione. La città responsabile della spedizione coloniale predisponeva, per lo più attraverso la consultazione degli oracoli, la scelta della destinazione, l’allestimento di navi, la selezione dei coloni, la designazione dell’ecista responsabile di tutta l’impresa e garante della continuità delle istituzioni civiche e religiose nella nuova sede. Sotto il profilo sociale, dunque, i coloni della prima generazione riprodussero istituzioni e culti della città d’origine, trasferendo abitudini, usi e tecniche che facevano parte del loro bagaglio culturale.
La tradizione sulla fondazione delle varie colonie calabresi lega ai Calcidesi l’apoikia di Reggio, intorno al 730/720 a.C.; agli Achei del Peloponneso la fondazione, probabilmente insieme a gruppi di varie popolazioni, di Sibari e Crotone; a genti della Locride quella di Locri Epizefiri. A partire dalla fine del VII secolo a.C., quasi tutte le colonie dedussero a loro volta delle subcolonie, che si configurarono come degli insediamenti urbani stabili, con lo scopo di stabilizzare la presenza greca sul territorio e di procedere ad una delimitazione di esso più definita. La penetrazione di Sibari sul versante tirrenico sembra essere stata particolarmente precoce: già verso la fine del VII secolo a.C., essa fondò Poseidonia, sul golfo di Salerno; più recente dovette essere la deduzione delle più meridionali colonie tirreniche di Lao e di Scidro, le quali probabilmente si trasformarono, da semplici scali sulla costa, in vere e proprie cittadine in seguito al trasferimento in esse di molti profughi sibariti nel 510 a.C.
L’espansione locrese sul mar Tirreno, dettata da un lato dalla scarsità e dal carattere prevalentemente montagnoso del territorio e dall’altro dalla struttura rigida e chiusa dell’oligarchia locale, portò alla deduzione di due subcolonie, Medma (attuale Rosarno) e Ipponio (attuale Vibo Valentia), e all’assoggettamento di Metauros (attuale Gioia Tauro).
Per quanto concerne l’espansione coloniale di Crotone, oltre alla fondazione di Caulonia, rispetto alla quale però le fonti letterarie divergono, si ricorda quella di Scillezio, sul golfo omonimo, datata al VI secolo a.C.

Alla fine dello stesso secolo o al principio del V, deve risalire la fondazione della subcolonia di Terina nel territorio dei Lametinoi, che Ecateo ricorda come stanziati presso il fiume Lametos e Stefano di Bisanzio come gravitanti nell’ambito crotoniate.
Spesso la deduzione in età storica di molte delle colonie greche di Calabria si rafforzava per mezzo di un complesso di tradizioni leggendarie che riportavano agli eroi del mito la fondazione degli insediamenti stessi. Infatti, il ciclo epico dei nostoi aveva fatto approdare numerosi personaggi eroici, dopo la distruzione di Ilio, sulle coste dell’Italia meridionale, riconnettendo alla loro presenza l’origine di varie comunità. Secondo la tradizione mitica la cittadina di Scillezio fu colonizzata dagli Ateniesi di Menesteo, che tornavano dalla guerra di Troia; Crotone sarebbe stata fondata per promessa di Eracle da un suo discendente; Filottete avrebbe fondato Petelia e sarebbe morto nella regione di Crimisa, nella quale aveva dedicato un santuario ad Apollo; Caulonia sarebbe stata fondata dall’amazzone Cleta.

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